Il Marketing su Facebook non è ancora “sbocciato”

27 02 2010
Di marketing su facebook se ne parla tanto ed allo stesso tempo se ne fa realmente molto poco, forse perché sembra che per facebook, come per gli altri social network, la strategia di marketing possa prescindere dalla creazione di un vero e proprio piano

// Di marketing su facebook se ne parla tanto ed allo stesso tempo se ne fa realmente molto poco, forse perché sembra che per facebook, come per gli altri social network, la strategia di marketing possa prescindere dalla creazione di un vero e proprio piano con tanto di analisi, strategie e misurazioni (e soprattutto di vero valore).

Uno dei falsi miti di facebook è che chiunque può metter su una strategia virale e raggiungere milioni di persone in un batter d’occhio, ed ottenere anche reali risultati (non so a voi ma a me questo ricorda la vecchia cara pubblicità in TV). Anche se si vende polizze assicurative va bene lo stesso, tanto al massimo “fa brand”.

Grandi case history d’importazione affollano le pagine del web Italiano, da Obama (se n’è parlato per 1 anno intero) fino ai grossi marchi come ad esempio Apple, che non aveva di certo bisogno di facebook per raggruppare “fan”. Gli argomenti degli esperti scarseggiano.

Metriche di misurazione? Come si può pensare di standardizzare le metriche di misurazione del ROI sugli investimenti di social media marketing allo stesso modo per le multinazionali ed i negozi sotto casa? Mi pare che più che per la produzione di valore ci sia stia sforzando di dare un valore a qualcosa che forse sotto sotto non è ha poi tanto.

Ma tutto sommato sono favorevole alla standardizzazione delle metriche di misurazione a patto che si specifichi il tipo di aziende, settori, iniziative per le quali hanno senso. Chiaro che se il vostro obiettivo è fare brand allora le metriche vi forniscono un’idea approssimativa sull’andamento delle campagne.

Ma se il vostro obiettivo è realizzare contatti e vendite, in qualunque settore voi operiate, allora i risultati si misurano in “conversioni”!

La conversazione? Le aziende devono imparare a conversare! E’ giustissimo ed è il presupposto fondamentale per interagire efficacemente con i propri clienti fedeli e potenziali. Però la conversazione non credo sia l’obiettivo delle aziende, proprio come non lo è ad esempio il posizionamento del proprio sito sui motori di ricerca (anche se esser primi fa figo). La conversazione non è l’obiettivo delle strategie di marketing ma un atteggiamento ed approccio efficace alla comunicazione tramite i social network.

Fare profili pubblici, applicazioni, gruppi, eventi equivale a fare marketing su facebook? No, questi sono gli strumenti non il marketing. Se marketing e strumenti fossero la stessa cosa allora basterebbe fare una pagina fan per avere automaticamente successo.

Il marketing su facebook non può esser uguale per tutti così come non lo è il marketing tradizionale. Il marketing su facebook varia in base agli obiettivi, in base al settore, in base al mercato di riferimento (locale, nazionale, internazionale?), in base al tipo di attività (online o offline?), etc.
Ciò che davvero può accomunare le strategie di successo è il tipo di approccio (ascolto e conversazione) e la modalità di coinvolgimento degli utenti e fan (che vanno cercati innanzitutto all’esterno di facebook ed ancor meglio tra i propri clienti).

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Lezione di social media marketing dal mondo della moda

26 02 2010
Di Tiziano – marketing-ippogrifo.com

E’ risaputo che la crisi della pubblicità su carta stampata e sui media tradizionali ha spostato parte degli investimenti sui social network, dove è possibile raggiungere anche milioni di contatti che potrebbero essere interessati al brand.

Ecco perché anche i grandi marchi della moda hanno adottato questa strategia di web marketing, combattendo i concorrenti sui social network a colpi di fan page, gruppi e profili privati su Facebook, offrendo sfilate di moda in anteprima per gli amici, concorsi di bellezza per diventare top model e offerte speciali solo per i contatti social.

un marketing di successo su facebook

Stylophone, una società californiana, ha redatto la lista dei 10 marchi più gettonati dagli utenti attivi nel social network, ovvero i brand che hanno saputo sfruttare al meglio il social media marketing, entrando maggiormente a contatto con il proprio target su facebook.

Ecco i marchi che riscuotono maggior successo nel web:

Adidas guadagna il podio con 2.369.985 fans, testimoniato anche dall’apprezzamento che i contatti dimostrano per i link postati, gli album fotografici condivisi e gli aggiornamenti di status. Segue la pagina fan del marchio sportivo Nike, con 1.867.030 fans, in questo caso la presentazione del nuovo modello di scarpe da ginnasta registra addirittura quasi 6mila ‘like this’. Puma con 1.402.159 fans e Lacoste con 1.229.222 fans chiudono il quartetto dominante.

I marchi più costosi sono ugualmente seguiti con successo, ma restano sotto il milione di fans, Burberry, che occupa la quinta posizione con 860.488 fans ( che propone anche divertenti applicazioni che permettono agli utenti di ‘giocare con la moda’), Ray-Ban con 788.827 fans, Chanel con 644.249 fans,Gucci con 570.638 fans, Ralph Lauren con 564.846 fan ed infine Ed Hardy chiude la classifica.

Questo è un ottimo esempio, regalatoci dal mondo della moda, di quanto ormai il fenomeno social network abbia raggiunto una tale importanza, basta dare una rapida occhiata alle cifre per accorgersi che il marketing deve concentrarsi sempre di più sul mondo dei social network.





Con la “lunga coda” vince la nicchia

25 02 2010
<B>Il web sta trasformando il mercato<br>Con la "lunga coda" vince la nicchia</B>Chris Anderson – longtail.com

“Viviamo in un’epoca in cui ogni consumatore ha un megafono. Molti lo stanno usando. E le aziende farebbero meglio ad ascoltare”. Chris Anderson, direttore di Wired – mensile americano di riferimento per la tecnologia – non ha dubbi. “The long tail. Why the future of business is selling less of more” (La coda lunga, perché il futuro dell’economia è vendere una minor quantità di un maggior numero di beni).

L’economia classica – osserva Anderson – è basata sul concetto di scarsità. Da essa tradizionalmente dipende il meccanismo dei prezzi, la definizione del mercato come luogo definito dai vincoli geografici, l’idea che il successo stia nel riuscire a disporre dei 20 prodotti che soddisfano l’80 per cento degli utenti. Tutto questo appartiene al ventesimo secolo. Si è aperta l’epoca dell’economia dell’abbondanza, in cui i prodotti di massa sono destinati a contare sempre di meno, a beneficio delle nicchie. Un sistema in cui il passaparola vale più degli spot televisivi”.

La rete offre per la prima volta un mercato sostanzialmente globale nel tempo e nello spazio, in cui non ci sono vincoli di distribuzione e gli scaffali del magazzino sono virtualmente infiniti. Fino a qualche anno fa i negozi di dischi più forniti potevano avere fino a 55mila canzoni e vendevano soprattutto le hit della top-ten. Oggi quelli online propongono 3 milioni di titoli. Le videoteche migliori disponevano di 4mila film, in rete se ne trovano 65mila. Idem le librerie, Amazon in testa. “E lo stesso capita per i beni fisici come le scarpe”, ha sottolineato il giornalista, citando l’esempio di Zappos, “negozio online che ne vende 750mila modelli diversi”. Perché nell’economia dell’abbondanza non bisogna più limitarsi a produrre i pochi beni di massa che possono essere comun denominatore per tutti i consumatori (la parte iniziale della funzione di distribuzione statistica nota come curva di Pareto), ma ci si può concentrare sulla coda, la long tail, che offre un mercato di dimensioni più grandi, fatto di infinite piccole diverse comunità di clienti.

Le aziende tradizionali hanno già iniziato a giocare con la long tail: Nike, moloch Usa del prodotto di massa nel settore delle scarpe sportive, si è comprata Converse, simbolo della produzione di nicchia politically correct, e si guarda bene dal farlo sapere ai propri consumatori; Starbucks vende decine di tipologie di caffè diversi; Vogue, promuove online “Lipstick”, un sito di user generated fashion, in cui sono gli utenti a scambiarsi consigli su come vestirsi e dritte sulle tendenze.

Perché l’economia dell’abbondanza è anche quella in cui conta la fiducia, e in rete – soprattutto i più giovani – si fidano più del parere dei loro coetanei che dei grandi media, tradizionali agenzie del consenso. Più internet si espande, più crescono i nodi/utenti che ne fanno parte, più aumenta la micro-conoscenza diffusa a disposizione, e con essa il valore del sistema.

Anzi – ha osservato Anderson – se nel mercato della fiducia la moneta coniata da Google sono i link, ovvero le raccomandazioni che fanno crescere l’autorevolezza di un sito e dunque la sua visibilità tra i risultati della ricerca, “molti blog, da Instapundit a Daily Kos, da Boing Boing a Scobleizer nelle materie di cui si occupano sono già più autorevoli di numerosi mass-media generalisti. Nell’economia disintermediata, il passaparola della conversazione tra utenti conta più dell’informazione istituzionale e del marketing”.

Di seguito un passo del libro molto interessante:

…Queste sono alcune delle altre trappole mentali in cui cadiamo a causa della filosofia della scarsità:

  • tutti vogliono essere delle star;
  • tutti sono mossi dal denaro;
  • se non è un successo, è un fiasco;
  • l’unico successo è il successo di massa;
  • direttamente per il video = male;
  • autopubblicato = male;
  • indipendente = non sono riusciti a strappare un contratto;
  • amatoriale = dilettantesco;
  • basse vendite = bassa qualità
  • se fosse valido, sarebbe popolare.

Di seguito l’articolo uscito su wired nell’ottobre 2004

Nel 1988 un alpinista inglese di nome Joe Simpson scrisse un libro chiamato “Touching the Void”, un racconto spettacolare di una drammatica spedizione nelle Ande peruviane. Il libro ottenne delle buone recensioni ma un successo solo modesto e fu presto dimenticato. Poi, un decennio dopo, accadde qualcosa di strano. John Krakauer scrisse “In Aria Sottile”, un altro libro sul tema delle tragedie alpinistiche, che divenne una successo mondiale e d’un tratto “Touching the Void” iniziò nuovamente a vendersi con interesse.

Random House preparò rapidamente una nuova edizione per far fronte alla domanda. Le librerie iniziarono a promuoverlo in prossimità delle locandine di “In Aria Sottile” e le vendite crebbero ulteriormente. Una nuova edizione, pubblicata a gennaio, trascorse 14 settimane nella classifica dei libri più venduti del New York Times. Lo stesso mese, IFC Films rilasciò un documentario a proposito della stessa spedizione con grande successo della critica. In questi giorni “Touching the Void” vende quasi il doppio di “In Aria Sottile”.

Cos’è successo? In pratica, le raccomandazioni di Amazon.com. Il software della libreria online notò dei pattern che accomunavano il comportamento degli acquirenti ed iniziò a proporre “Touching the Void” agli acquirenti di “In Aria Sottile”. Gli utenti accettarono il suggerimento e concordarono al punto da scrivere delle recensioni entusiastiche. Le vendite aumentarono, le raccomandazioni supportate dagli algoritmi anche e si innestò un circolo di feedback positivo.

E’ particolarmente interessante osservare che quando il libro di Krakauer venne pubblicato, il testo di Simpson era praticamente fuori stampa. Pochi anni fa, i lettori di Krakauer non sarebbero mai venuti a conoscenza del libro di Simpson – e se l’avessero fatto non sarebbero comunque stati capaci di trovarlo. Amazon ha cambiato tutto ciò. Ha creato il fenomeno “Touching the Void” combinando il suo spazio espositivo infinito con l’informazione in tempo reale circa i trend di acquisto e l’opinione dei lettori. Il risultato: una domanda crescente per un libro sconosciuto.

E non è una virtu solo delle librerie online; è un esempio di un modello economico interamente nuovo per l’industria dei media e dell’intrattenimento, e sta soltanto ora iniziando a dimostrare il suo potere. L’offerta illimitata sta rivelando verità circa i desideri degli acquirenti in servizio dopo servizio, dai DVD di Netflix ai video musicali di Yahoo! Launch alle canzoni di iTunes Music Store e Rhapsody. Gli utenti stanno scavando nei cataloghi, scorrendo interminabili elenchi di titoli, molto al di là di quanto sia disponibile nei vari Blockbuster Video, Tower Records, e Barnes & Noble. E più scoprono più ricercano: più si allontanano dal cammino tipico, più scoprono di avere dei gusti meno comuni di quanto pensassero (o fossero indotti a pensare dal marketing, dalla mancanza di alternative e da una cultura guidata dagli hits).

Un’analisi delle vendite e dei trend di questi servizi e di altri simili mostra che l’economia digitale emergente rischia di essere radicalmente diversa dall’attuale mercato di massa. Se l’industria dell’intrattenimento del ventesimo secolo era centrata sugli hits, quella del ventunesimo rischia di essere piuttosto centrata sui mancati successi.

Per troppo tempo abbiamo sofferto la tirannia del “minimo comune denominatore”, sottoposti a successi costruiti in laboratorio e privi di interesse. Perché? L’economia: molte delle nostre assunzioni circa i gusti comuni sono condizionati dalla difficoltà di far incontrare domanda e offerta – sono una risposta del mercato ad una distribuzione inefficiente.

Il problema principale, se così si può dire, è che viviamo nel mondo fisico e, fino a poco fa, anche l’industria dell’intrattenimento l’ha fatto. Ma questo mondo pone due drammatiche limitazioni al nostro intrattenimento.
La prima è la necessità di trovare audience locale. Un cinema medio non mostrerà un film a meno ché non attragga almeno 1500 spettatori in due settimane (sostanzialmente il valore dell’affitto di una sala). Un negozio di dischi medio deve vendere almeno due copie di un CD all’anno per giustificarne l’offerta (sostanzialmente il valore dell’affitto dello spazio espositivo occupato). E così via per i negozi che vendono DVD, videogiochi, libri, giornali.

In ogni caso i rivenditori offriranno solo i contenuti che potranno generare una domanda sufficiente a ripagarne l’offerta. Ma potendo contare solo su una audience locale limitata – grossomodo la popolazione residente in un raggio di una quindicina di chilometri per un cinema, meno per un negozio di musica o libri e peggio (3 o 4 chilometri) per uno che affitti video. Non è sufficiente che un bel documentario abbia una audience nazionale potenziale di mezzo milione di persone; ciò che è importante e quante ne ha a nord di Rockville, nel Maryland, e tra i clienti dei supermercati di Walnut Creek in California.

C’è una grande quantità di materiale che ha una audience potenziale enorme ma che non riesce a superare questi limiti. Ad esempio “Appuntamento a Belleville”, un film acclamato dalla critica e che quest’anno ha ricevuto la nomination per l’Oscar per il miglior cartone animato, è stato proiettato soltanto in sei sale in tutta la nazione. Un esempio ancora pià straorinario è la situazione paradossale di Bollywood in America. Ogni anno, l’industria del cinema indiano produce più di 800 film. Ci sono circa 1.7 milioni di indiani negli Stati Uniti. Cionostante il film in hindi di maggior successo (secondo l’Internet Movie Database) “Lagaan: Once Upon a Time in India” è stato proiettato soltanto in due sale ed è stato uno dei pochissimi in assoluto ad essere distribuito negli Stati Uniti. Sotto la tirannia dello spazio fisico, una audience troppo distribuita equivale ad una audience nulla.

L’altro limite del mondo fisico è la fisica stessa. Lo spettro delle onde radio può trasmettere solo un numero limitato di stazioni così come un cavo coassiale può trasmettere solo un numero limitato di canali televisivi. E, soprattutto, ci sono solo 24 ore al giorno di programmazione. La maledizione delle tecnologie per la trasmissione è che sono utenti dissolute di risorse limitate. Il risultato è un ulteriore esempio della necessità di aggregare grande audience in un’area geografica – un limite superiore superabile solo da una frazione del contenuto potenziale.

L’intrattenimento nel secolo scorso ha offerto una soluzione facile a questi limiti. Le hit riempiono i cinema, vuotano gli scaffali e evitano che gli spettatori cambino canale. Tutto corretto: effettivamente gli sociologi confermano che le hit sono parte della psicologia umana, l’effetto combinato del conformismo e del passaparola. Inoltre la maggior parte delle hit meritano il proprio successo: grandi canzoni, libri e film attraggono molti spettatori.

Ma molti di noi vogliono di più. I gusti di ciascuno si allontanano in qualche modo dalla massa, e più si esplorano alternative più ci si avvicina ad esse. Sfortunatamente, nei decenni recenti queste alternative sono state offuscate da prodotti di marketing gonfiati da industrie che ne necessitavano disperatamente il successo.

L’economia guidata dalle hit è frutto di un’età senza abbastanza spazio per fornire tutto a tutti: spazio insufficiente per esporre tutti i CD, i DVD e i giochi prodotti; schermo insufficienti per proiettare tutti i film disponibili; canali insufficienti per trasmettere tutti i programmi TV; stazioni insufficienti per trasmettere tutta la musica creata e troppo poche ore durante la giornata per trasmettere tutto.

E’ il mondo della scarsità; ora, invece, con la distribuzione online al dettaglio stiamo entrando in un’epoca dell’abbondanza, con differenze profonde.

Per capire in che modo, prendiamo ad esempio Robbie Vann-Adibé, CEO di Ecast, un produttore di jukebox digitali contenenti più di 150’000 tracce e con alcune statistiche di utilizzo sorprendenti. Per introdurci alla problematica ci pone una domanda alla quale riceve risposte sistematicamente errate: “quanti dei 10’000 titoli più venduti in uno qualunque dei negozi online di media (Netflix, iTunes, Amazon, o qualunque altro) vengono venduti o affittati almeno una volta al mese”?

Quasi tutti rispondono 20%, e per una buona ragione: siamo stati portati a pensare in quel modo. La regola del 80-20, detta anche principio di Pareto (in onore dell’economista italiano che nel 1906 per primo ne illustrò il concetto), è ovunque attorno a noi: solo il 20% dei film prodotti saranno hits; lo stesso vale per gli show televisivi, i libri di massa – solo il 20% di tutti. Le probabilità sono addirittura peggiori per i CD per i quali secondo la “Recording Industry Association of America” meno del 10% si dimostra profittevole.

Ma la risposta esatta, secondo Vann-Adibé, è 99%: c’è domanda praticamente per tutti i primi 10’000 titoli. Lo osserva nelle statistiche dei suoi jukebox: ogni mese migliaia di utenti selezionano canzoni che nessun jukebox tradizionale ha mai distribuito.

La gente sbaglia la risposta perché è controintuitiva sotto due punti di vista. Il primo è che scordiamo che la regola del 20% nell’industria dell’intrattenimento riguarda le hit, non le vendite in assoluto. Siamo bloccati in una mentalità modellata sulle hit – pensiamo che se un prodotto non è una hit non farà abbastanza soldi per ripagarne la produzione. In altre parole, assumiamo che soltanto le hit meritino di esistere. Ma Vann-Adibé e i manager di iTunes, Amazon e Netflix, hanno scoperto che di solito anche i mancati successi producono soldi. E essendocene molti di più, complessivamente questi soldi possono costituire un mercato enorme.

Senza dover pagare spazio espositivo, senza costi di manifattura e, quasi, di distribuzione, nel caso di servizi puramente digitali come iTunes la vendita di un mancato successo è semplicemente una vendita ulteriore, con gli stessi margini delle stesse hit. Una hit e una “hit mancata” sono sullo stesso piano economico essendo entrambe semplicemente record in un database consultato su richiesta e quindi entrambe con lo stesso valore intrinseco. D’un tratto, la popolarità non ha più il monopolio della capacità di produrre profitti.

La seconda ragione per la risposta sbagliata è che l’industria ha una percezione scarsa dei gusti degli utenti. Effettivamente, noi stesi abbiamo una percezione scarsa dei nostri gusti. Assumiamo ad esempio che ci sia poca domanda per articoli che non siano distribuiti dai grandi magazzini; se le persone li volessero, infatti, sarebbero senza dubbio venduti. Il resto, l’80% che avanza, deve essere commercialmente non interessante.

Ma egualitario come potrebbe apparire, un grande magazzino in realtà è uno straordinario elitista. Un grande magazzino deve vendere almeno 100’000 copie di un CD per coprirne il costo di distribuzione e produrre un profitto sufficiente; meno dell’1% dei CD raggiungono questi volumi. Che dire quindi delle 60’000 persone che vorrebbero acquistare l’ultimo album dei “Fountains of Wayne” o dei “Crystal Method” o di qualsiasi altro gruppo meno conosciuto? Devono rivolgersi altrove. Le librerie, i megaplex, le radio e le televisioni possono essere altrettanto elitarie. Assimiliamo il mercato di massa a qualità e domanda, mentre in realtà spesso rappresenta soltanto familiarità, pubblicità efficace e gusti diffusi. Ma cosa vogliamo veramente? Lo stiamo scoprendo soltanto ora, ma chiaramente vogliamo di più.

Per avere un’idea dei nostri gusti reali, liberati dai filtri imposti dall’economia della scarsità, osserviamo Rhapsody, un servizio musicale (di RealNetworks) su abbonamento che attualmente offre più di 735’000 tracce.

Le statistiche mensili di Rhapsody mostrano una curva della domanda che segue una cosiddetta “power law” analogamente a quella di qualsiasi negozio di dischi, con molto interesse per le canzoni più note e una rapida decrescita allontanandosi dalle più popolari. Ma un fenomeno molto interessante emerge superando le 40’000 tracce più vendute cioè la quantità media di canzoni disponibili in un negozio tradizionale: oltre questo livello di vendite infatti normalmente non si vende più nulla (o perché non ci sono altri prodotti da vendere o perché la clientela locale non è interessata ad essi).

La domanda di Rhapsody invece continua: non solo ognuna delle 100’000 tracce più vendute è scaricata almeno una volta al mese, ma lo stesso vale per le prime 200’000, le prime 300’000 e le prime 400’000. Ogni traccia aggiunta da Rhapsody alla sua libreria trova audience, anche se solo poche persone al mese, da qualche parte nella nazione.

Questa è la Coda Lunga.

Si può trovare qualsiasi articolo nella Coda Lunga. Ci sono i fondi di magazzino, vecchi album ancora ricordati con orgoglio da fan di vecchia data o riscoperti da nuovi venuti. Ci sono tracce registrate dal vivo, remix, anche (gasp) cover. Ci sono migliaia di nicchie, generi dentro il genere dentro il genere: si può immaginare un intero Tower Records dedicato completamente alle band degli anni 80. Ci sono band straniere, in passato vendute a caro prezzo dagli importatori, e band oscure prodotte da label che lo sono ancora di più, molte delle quali del tutto prive della capacità di distribuzione necessaria per entrare in Tower Record.

Oh, sicuramente c’è anche molta spazzatura. Ma ce n’è molta anche nascosta tra le tracce degli album hit. Gli utenti devono navigare tra queste tracce nei loro CD ma possono più semplicemente evitarle online poiché i filtri collaborativi normalmente eviteranno di farle scoprire. A differenza dei CD, nei quali ogni traccia scadente costa sostanzialmente un quindicesimo del prezzo dell’album, online essa risiede su qualche server ignorata da un mercato che vende singole canzoni valutandole sulla base del loro apprezzamento.

Ciò che è realmente sorprendente della Coda Lunga è la sua dimensione impressionante: combinando sufficienti “non hit” nella Coda Lunga si otterrà un mercato superiore a quello delle hit stesse. Prendiamo ad esempio i libri: un negozio Barnes & Noble medio contiene circa 130’000 titoli. Consideriamo le implicazioni: se le statistiche di Amazon sono significative, il mercato per titoli che non sono nemmeno venduti da un negozio medio è più grande di quello dei titoli che invece lo sono! In altre parole, il mercato dei libri potenziale diviene due volte più grande di quello che crediamo, se solo riusciamo a superare i limiti imposti dall’economia della scarsità. Come dice Kevin Laws, venture capitalist e consulente musicale, “la maggior ricchezza è nelle vendite minori”.

Lo stesso vale in qualche misura per tutti gli aspetti dell’industria dell’intrattenimento. Basta comparare i business online e offline: il medio Blockbuster contiene meno di 3’000 DVD mentre un quinto dei quelli affittati da Netflix è al di fuori di questi titoli. Rhapsody distribuisce mensilmente più tracce al di fuori delle prime 10’000 di quanto non faccia con esse. In ogni caso, il mercato potenziale al di fuori degli articoli distribuibili tradizionalmente è enorme e in continua crescita.

Pensandoci, i maggiori successi nell’Internet sono stati raggiunti aggregando la Coda Lunga in qualche modo. Google, ad esempio, fa i guadagni maggiori grazie a piccole pubblicità (la coda lunga della pubblicità), e eBay è per lo più “coda” a sua volta – prodotti di nicchia e unici. Superando le limitazioni geografiche e di scala, analogamente ad Amazon e Rhapsody, Google e eBay hanno scoperto nuovi mercati e espanso quelli esistenti.

E’ il potere della Coda Lunga. E chi è all’avanguardia in essa sta dimostrando tre lezioni importanti. Chiamiamole le nuove regole dell’economia dell’intrattenimento.

Regola 1: rendere disponibile qualsiasi cosa

Se vi piacciono i documentari, Blockbuster non fa per voi. Così come qualsiasi altro negozio di video – ci sono troppi documentari e vendono troppo poco per giustificare la distribuzione di più di una decina di titoli in un negozio tradizionale. Invece, vorrete abbonarvi a Netflix che offre più di mille titoli – perché può. E questa abbondanza sta portando ad un boom al business dei documentari: l’anno scorso, Netflix ha rappresentato la metà di tutte le entrate negli US di “Capturing the Friedmans”, un documentario a proposito di una famiglia distrutta dalle accuse di pedofilia.

Reed Hastings, il CEO di Netflix, un vero appassionato di documentari, ha suggerito questo titolo sorprendente alla PBS che aveva prodotto “Daughter From Danang” (un documentario sui figli di soldati americani e donne vietnamiti). Nel 2002, il film aveva ricevuto una nomination all’Oscar ed era stato nominato il miglior documentario al Sundance, ma PBS non aveva alcun progetto di distribuirlo in DVD. Hastings si offrì di occuparsi della manifattura e della distribuzione se PBS l’avesse reso disponibile su Netflix in esclusiva. Ora “Daughter of Danang” è costantemente tra i primi 15 titoli nella classifica dei documentari di Netflix, che corrisponde ad un mercato di decine di migliaia di affitti di documentari che altrimenti non sarebbe esistito.

E ci sono tantissimi altri generi e sottogeneri altrettanto attraenti e ignorati dai canali tradizionali di distribuzione dei DVD: film stranieri, anime, film indipendenti, vecchie sitcom. Questi mercati sottoserviti costituiscono una gran parte del mercato di Netflix. La sola Bollywood rappresenta circa 100’000 affitti al mese. E la disponibilità di materiale poco diffuso porta nuovi clienti a Netflix – e qualsiasi cosa riduca il costo di acquisizione dei clienti è visto come oro per un business che si basa sulle sottoscrizioni. Da ciò la prima regola di Netflix: abbracciare le nicchie.

Netflix ha fatto un buon business di ciò che sarebbe perdente in cinema e negozi tradizionali perché può aggregare una adience dispersa. Non conta se le migliaia di persone che affittano ogni mese Dr Who sono in una città o distribuiti, uno per città, in tutta la nazione – le economie sono le stesse. Sostanzialmente ha rotto la tirannia dello spazio fisico. Ciò che conta non è dove sono i clienti o quanti di essi stiano cercando un certo titolo, ma solo che alcuni di essi esistano da qualche parte.

Come risultato, praticamente qualsiasi cosa che possa essere offerta troverà un acquirente. E’ l’opposto della mentalità tipica dell’industria dell’intrattenimento. Oggi, la decisione su quando e se rilasciare un vecchio film in DVD è basata sulle stime della domanda, la disponibilità di contenuti extra e sulle opportunità di marketing date da anniversari, prezzi e finestre generazionali (Disney rilascia una nuova edizione dei propri classici ogni 10 anni per sfruttare una nuova generazione di bambini). E’ un limite elevato ed è per questo che solo una piccola parte dei film viene rilasciata effettivamente in DVD.

Il modello può aver senso per i veri classici, ma è inadeguato per tutti gli altri. L’approccio della Coda Lunga, in contrasto, è semplicemente quello di masterizzare senza extra e marketing la maggior parte dei contenuti possibili. Chiamarlo “serie oro” e venderlo a metà prezzo. Lo stesso per i film indipendenti: quest’anno, circa 6’000 film sono stati sottoposti al Sundance Film Festival. Di questi, 255 sono stati accettati e solo una ventina sono stati scelti per la distribuzione successiva. Perché non rilasciarli tutti e 255 su DVD ogni anno come parte di una serie dedicata al Festival? In una economia della Coda Lunga, è più costoso valutare che rilasciare: just do it!

Lo stesso vale per l’industria della musica che dovrebbe distribuire il più velocemente possibile tutti i titoli di tutti i cataloghi per cui ha i diritti – automaticamente, senza pensarci e su scala industriale. (E’ uno dei rari momenti nei quali il mondo richiede più avvocati – non meno) E lo stesso vale per i videogiochi: retro games, inclusi i simulatori di vecchie console che possono essere utilizzati sui moderni PC, sono un fenomeno crescente guidato dalla nostalgia della prima generazione del “joystick”. I publisher di videogiochi potrebbero ridistribuire tutti i titoli come download a 99-centesimi tre anni dopo la prima edizione – senza supporto, garanzie o packaging.

Tutto ciò si applica, naturalmente, anche ai libri. Si sta già assistendo ad uno sfumarsi del limite tra in e fuori stampa. Amazon e altre reti di venditori di libri usati hanno reso praticamente equivalente la ricerca di un libro di seconda mano e quella di uno nuovo. Separando la vendita dalla geografia, queste reti creano un mercato liquido a basso volume con un incremento straordinario del proprio business e complessivamente della domanda di libri usati. Combinando questo con i costi in diminuzione per le tecnologie per il print-on-demand diventa possibile che ogni libro sia sempre disponibile per la vendita. Effettivamente, è ragionevole aspettarsi che i nostri bambini crescano in un mondo in cui il “fuori stampa” non avrà più significato.

Regola 2: dimezzare il prezzo. Poi ridurlo.

Grazie al successo dell’iTunes di Apple c’è un prezzo standard per le tracce da scaricare: 99 centesimi. Ma è il prezzo corretto?

Secondo le label si tratta di un prezzo troppo basso: sebbene 99 centesimi per traccia sia grossomodo lo stesso prezzo di un CD, la maggior parte dei clienti acquista soltanto una o due tracce per ogni album online anziché acquistare l’intero CD. In effetti, la musica online ha visto un ritorno del business guidato dai singoli come negli anni 50. Perciò, dal punto di vista delle label i clienti dovrebbero pagare di più per il privilegio di acquistare “a la carte” così da compensare la perdita di volumi.

Secondo i clienti, d’altro canto, 99 centesimi è troppo. Tanto per iniziare è più di Kazaa. Ma lasciando da parte la pirateria, 99 centesimi viola il nostro senso innato di giustizia economica: se, chiaramente, ad una label costa meno fornire una traccia online, senza packaging, produzione, distribuzione o spazio espositivo da occupare, perché non dovrebbe ridursi il costo proporzionalmente?

Sorprendentemente c’è stata poca analisi economica su quale dovrebbe essere il prezzo corretto per la musica online. La ragione principale è che il prezzo oggi non è fissato dal mercato ma dal cartello delle label. I produttori stabiliscono un prezzo all’ingrosso di circa 65 centesimi per traccia, lasciando poco spazio alla sperimentazione dei dettaglianti.

Il prezzo all’ingrosso è scelto per essere equivalente a quello dei CD così da evitare il temuto conflitto di canale. Le label infatti temono che se il prezzo della musica online si abbassasse i loro venditori di CD (tuttora la maggior parte del business) si rivolterebbero, o peggio, fallirebbero ancor più rapidamente di quanto non stiano già facendo. In entrambi i casi, sarebbe un duro colpo allo status quo che terrorizza un’industria già in difficoltà. Non stupisce perciò che il calcolo dei prezzi avvenga con più attenzione agli impatti nella loro attività tradizionale che non alle possibilità di espansione nel nuovo mercato online.

E se le label smettessero di comportarsi in modo difensivo? Un approccio coraggioso consisterebbe nel valutare quanto costa effettivamente mettere una canzone su un server iTunes e aggiustare il prezzo in misura corrispondete. I risultati sono sorprendenti.

Togliamo i costi superflui del canale retail – manifattura dei CD, distribuzione, altri costi legati al canale. Rimangono i costi per la ricerca e la produzione e il marketing della musica. Lasciamoli inalterati per assicurarci che le label e i creativi continuino a guadagnare come oggi. Per un album popolare, che vende 300’000 copie, i costi per la creatività sono circa 7.50 USD per disco ovvero circa 60 centesimi per traccia. Aggiungendo il costo effettivo per distribuire la musica online, ovvero per lo più il costo per il setup e la manutenzione dei servizi (mentre storage e bandwith sono trascurabili), si ottiene un costo di circa 79 centesimi a traccia (ovvero un sovrapprezzo attuale di circa il 25% – il risparmio permesso dalla distribuzione digitale online).

Lasciando da parte per un momento il conflitto di canale, se il costo incrementale per rendere disponibile online dei contenuti che erano stati prodotti originariamente per la distribuzione fisica è basso, il prezzo online dovrebbe esserlo corrispondentemente. Il prezzo deve essere in relazione ai costi digitali, non fisici.

Ma tutte queste buone notizie per i clienti non devono danneggiare l’industria. Abbassando i prezzi, le persone tendono ad acquistare di più. L’anno scorso, ad esempio, Rhapsody ha svolto un esperimento di domanda elastica che suggerisce che gli acquisti potrebbero essere molto maggiori. Per un breve periodo il servizio ha offerto tracce a 99 centesimi, 79 centesimi e 49 centesimi. Sebbene le tracce a 49 centesimi costassero solo metà rispetto a quelle da 99, Rhapsody ne ha venduto tre volte di più.

Dato che le label continuano a chiedere 65 centesimi per traccia – e Rhapsody paga altri 8 centesimi per traccia ai proprietari dei diritti – Rhapsody ha perso soldi con l’esperimento (ma, come dice la vecchia barzelletta, ha recuperato con i volumi). Ma la maggior parte del volume della Coda Lunga è costituita da materiale vecchio che ha già restituito i soldi per gli investimenti iniziali (o è stato abbandonato per non esserci riuscito): la musica prodotta da gruppi con piccoli investimenti iniziali o le registrazioni live, i remix e altro materiale a basso costo.

Questi “non hit” costano meno delle hit quindi perché non venderli online per meno? Se i prezzi diminuissero allontanandosi lungo la Coda, sarebbero dettati dalla popolarità (e quindi dal mercato). Basterebbe che le label abbassassero il costo all’ingrosso per la (maggior) parte dei loro cataloghi che non è distribuita; anche un pricing a due – tre livelli potrebbe portare a risultati sorprendenti. E dato che la maggior parte di quei contenuti non sarebbe comunque disponibile nei negozi, il rischio di conflitti di canale diminuirebbe sostanzialmente. La lezione è: spingere i clienti lungo la Coda, con prezzi decrescenti.

Fino a dove dovrebbero spingersi le label? La risposta si ottiene esaminando la psicologia del cliente tipico. La scelta dei clienti non è quante canzoni comprare da iTunes o Rhapsody, ma quante comprare piuttosto che scaricare gratuitamente da Kazaa e altre reti peer-to-peer. Intuitivamente, i clienti sanno che la musica gratuita non lo è realmente: a parte i rischi legali, costruire una collezione in quel modo è un processo che costa tempo. La qualità varia e circa il 30% delle tracce presenta qualche forma di difetto. Come Steve Jobs ha detto alla presentazione dell’iTunes Music Store, scaricando da Kazaa si possono risparmiare un po’ di soldi ma si sta lavorando “al di sotto del reddito minimo”. E ciò che vale per la musica vale ancor più per i film e i giochi, dove la qualità dei contenuti piratati può essere pessima, c’è il rischio di virus e i tempi di download possono essere lunghissimi.

Perciò gratis ha un costo: il valore psicologico della convenienza. Il momento del “non ne vale la pena” in cui il portafoglio si apre. Il valore esatto non è calcolabile dipendendo dal conto corrente dello studente medio di college moltiplicato per il suo tempo libero medio disponibile. Ma supponendo che per la musica, ad esempio, sia circa 20 centesimi a traccia, esso rappresenta il limite che separa la Coda Lunga dall’underground. Entrambi i mondi continueranno ad esistere in parallelo, ma è cruciale per i supporter della Coda Lunga sfruttare le opportunità tra i 20 centesimi e i 99 centesimi per massimizzare i propri guadagni. Offrendo dei prezzi giusti, facilità di utilizzo e qualità consistente, si può competere anche con il gratis.

Forse il modo migliore per farlo è smetterla completamente di far pagare le singole tracce. Danny Sten, proprietario di eMusic, pensa che il futuro del business sia allontanarsi completamente dal modello della proprietà individuale. Con collegamenti broadband ubiqui, sia wired che wireless, sempre più clienti potranno rivolgersi ai servizi di jukebox che rendono disponibili on-demand ogni traccia mai prodotta. Alcune di queste tracce saranno gratuite e supportate dalla pubblicità come avviene per le radio; altre, come eMusic e Rhapsody, saranno servizi ad abbonamento. Oggi, l’economia della musica digitale è dominata dall’iPod con la sua nozione di libreria di tracce personali a pagamento. Ma con la crescita delle reti i vantaggi comparativi della musica illimitata, finanziata da pubblicità o da abbonamenti, possono spostare il mercato in quella direzione. E piantare un altro chiodo nella bara del modello tradizionale della musica al dettaglio.

Regola 3: aiutare a trovare.

Nel 1997, un imprenditore di nome Michael Robertson diede inizio un classico business di tipo Coda Lunga. Chiamato MP3.com, lasciava che chiunque caricasse file musicali che chiunque poteva successivamente scaricare. L’idea era che il servizio avrebbe bypassato le label permettendo agli artisti di collegarsi direttamente agli ascoltatori. MP3.com avrebbe fatto i suoi soldi dalle fees pagate dalle band per promuovere la propria musica sul sito. La tirannia delle label sarebbe stata sconfitta e migliaia di fiori sarebbero stati sparati.

Lasciando da parte il fatto che molti utilizzarono il servizio illegalmente caricando e condividendo contenuti commerciali, portando le label a denunciare MP3.com, il modello fallì anche nel suo intento originale. Le band minori generalmente non trovarono nuova audience e la musica indipendente non ne uscì trasformata. MP3.com ottenne una reputazione per ciò che era realmente: una massa indifferenziata di musica per lo più scadente e che meritava di restare nell’oscurità.

Il problema con MP3.com era che era solo Coda Lunga. Non aveva alcun accordo con le label per offrire musica mainstream o più popolare, perciò non c’era alcun punto d’entrata familiare per i clienti, nessuna quantità da cui partire per un’esplorazione successiva.

Offrire solo hit non è meglio. Basta pensare alle difficoltà dei servizi di video-on-demand delle cable companies. O pensare a Movielink, lo scadente servizio di download offerto dagli studios. A causa degli alti costi e della paranoia dei fornitori di contenuti, i titoli disponibili sono troppo limitati: nella maggior parte dei casi solo alcune centinaia di film recenti. Non c’è abbastanza scelta per cambiare il comportamento dei clienti, per diventare una vera forza nell’economia dell’intrattenimento.

Invece, il successo di Netflix, Amazon e altri servizi commerciali, mostra che sono necessari entrambi gli estremi della Coda. Le loro enormi librerie di prodotti “non hit” le caratterizzano, ma le “hit” sono il mezzo principale per attirare i clienti inizialmente e dal quale partire per esplorare successivamente la Coda Lunga dei loro gusti e delle loro preferenze peculiari.

Per esempio, la pagina principale di Rhapsody mostra comprensibilmente Britney Spears. In prossimità dell’indicazione del suo lavoro c’è però un rettangolo dedicato a “artisti simili”. Tra essi c’è Pink. Cliccando su di essa tra i suoi “artisti simili” si trovano i “No Doubt” che hanno come “influencers” i “Selecter”, una band ska degli anni 80 proveniente da Covernty (UK). In tre click Rhapsody potrebbe portare un fan di Britney Spears ad un album che potrebbe essere difficile reperire in un negozio tradizionale.

Rhapsody raggiunge questo risultato con una combinazione di editori umani e guide specialistiche. Ma Netflix, dove il 60% degli affitti si basa su raccomandazioni, e Amazon, si basano sul filtraggio collaborativo che usa i pattern di browsing e gli acquisti passati degli utenti per guidare quelli che seguono. In ognuno lo scopo è lo stesso: usare le raccomandazioni per guidare la domanda lungo la Coda Luga.

E’ la differenza tra push e pull, tra broadcast e gusto personale. Il business della Coda Lunga può trattare i clienti come individui, offrendo personalizzazione di massa come alternativa al mercato di massa.

I vantaggi sono distribuiti in tanti modi. Per l’industria dell’intrattenimento stessa, le raccomandazioni sono una forma di marketing estremamente efficiente permettendo ai film minori e meno importanti di trovare una audience. Per i clienti, il miglior tasso di riduzione del rumore che deriva dal seguire un buon suggerimento incoraggia l’esplorazione e può rigenerare la passione per la musica e i film, potenzialmente creando un mercato dell’intrattenimento molto più grande (il cliente medio di Netflix afitta sette DVD al mese, tre volte di più rispetto ai negozi tradizionali). E il beneficio culturale di tutto ciò è una diversità molto maggiore, rovesciando gli effetti di un secolo di scarsità di distribuzione e terminando la tirannia delle hit.

E’ il potere della Coda Lunga. E il suo tempo è giunto.





Facebook come aggregatore di news? Una realtà

24 02 2010
Di: Davide – marketing-ippogrifo.com

La scorsa settimana Facebook ha pubblicato alcune istruzioni su come fare del social network il vostro canale personalizzato di notizie riducendo al minimo le news non rilevanti. Ispirato dalla novità, Hitwise è andato a guardare i numeri e ne è valsa la pena, dato che Facebook sembra davvero essere a buon punto nella sua strategia di crescita come veicolo di notizie.

Le statistiche Hitwise mostrano che FB è nettamente in vantaggio nell’invio di notizie ad altri siti rispetto a molti altri famosi aggregatori di notizie.

facebook-news-websites_web-marketing

Dopo Google (17,32%), Yahoo (7,89%) e MSN (4,43%), Facebook è il quarto referente più importante per i news websites. Dice Hitwise: “News and Media è l’industria numero 11 dopo Facebook, ricevendo il 3,69% del traffico del sito di social networking. Per offrire un confronto, il 6% del traffico di Facebook è andato a Shopping and Classifieds la scorsa settimana, il 6% a Business and Finance e il 15% a siti di intrattenimento (YouTube in particolare)“.

Il settore News, naturalmente, non è l’attività più importante per Facebook. Ma i dati mostrano che sta crescendo continuamente. Potrebbe essere “Faccialibro” la prossima grande destinazione per le news?





Inside Twitter

23 02 2010
By Sysomos Inc. www.sysomos.com

Summary

Over the past few months, Twitter has experienced explosive growth, attracting celebrity users such as Oprah, and a growing mountain of media and blog coverage. Sysomos Inc., one of the world’s leading social media analytics companies, conducted an extensive study to document Twitter’s growth and how people are using it. After analyzing information disclosed on 11.5 million Twitters accounts, we discovered that:

  • 72.5% of all users joining during the first five months of 2009
  • 85.3% of all Twitter users post less than one update/day
  • 21% of users have never posted a Tweet
  • 93.6% of users have less than 100 followers, while 92.4% follow less than 100 people
  • 5% of Twitter users account for 75% of all activity (see the report on analysis of top-5% users)
  • New York has the most Twitters users, followed by Los Angeles, Toronto, San Francisco and Boston; while Detroit was the fast-growing city over the first five months of 2009
  • More than 50% of all updates are published using tools, mobile and Web-based, other than Twitter.com. TweetDeck is the most popular non-Twitter.com tool with 19.7% market share.
  • There are more women on Twitter (53%) than men (47%)
  • Of the people who identify themselves as marketers, 15% follow more than 2,000 people. This compares with 0.29% of overall Twitter users who follow more than 2,000 people.

“We wanted to take an extensive snapshot of Twitter that goes far beyond anything done to document Twitter’s use, growth and demographics,” said Nick Koudas, Sysomos’ co-founder and chief executive. “While Twitter’s growth has been well documented, we wanted to put the spotlight on how people use Twitter, as well as identify many of the key trends in their backgrounds, demographics and activity. Our study, based on the most comprehensive dataset of Twitter users, provides a wealth of information for anyone interested in getting in-depth details about Twitter.”

To discuss this report on Twitter, use the hashtag #sysomossurvey or copy us @sysomos. Visit the appendix for complete list of graphs. For more Twitter analysis studies by Sysomos, see the right-side navigation bar with a list of related articles.

Twitter’s Hockey Stick-Like Growth in 09

The Facts: Since the beginning of the year, 72.5% of Twitter users have signed up for the service. This includes 22.7% of total users in March and 19.7% in April.

So what accounted for the tremendous growth in March and April? In March, Twitter started to attract significant media attention after Compete.com reported that the number of Twitter users had skyrocketed in February.

In April, Twitter’s profile was enhanced when Ashton Krutcher (aka @aplusk) waged a public race against CNN to be the first to have one million followers. Then, on April 17, talk show celebrity Oprah Winfrey (aka @oprah) started using Twitter, making her first Tweet on her show with help from Twitter co-founder Ev Williams.

Although April did show impressive growth, it was also the first time in nine months that Twitter had a decline in month-over-month growth.

Twitter Self-Disclosed Age Demographics

The Facts: Based on a sample set of users who disclosed their age, 65% of Twitter users are under the age of 25

Note: Only 0.7% of users disclosed their age, with younger users showing a higher probability of doing so. Still, the statistics suggest Twitter is growing in popularity among younger people.

Number of People Followed

The Facts: 92.4% of Twitter users follow less than 100 people, while 97.8% of Twitter users follow less than 400 people. At the other end of the extreme, 0.94% of Twitter users follow more than 1,000 people.

Number of Followers

The Facts: 93.6% of Twitter users have less than 100 followers, while 98% of users have less than 400 followers. Meanwhile, 1.35% of users have more 500 followers, and only 0.68% of more than 1,000 followers.

Followers vs. Following Activity

Fast Fact: Until people have 150 followers, they follow about the same number of people. After that, this starts to break down. Twitter users who are follow 950 people, for example, are only followed by 531.

The More Followers, the More You Tweet

Fast Fact: As Twitter users attract more followers, they tend to Tweet more often. This is particularly evident once someone has 1,000 followers the average number of Tweets/day climb from three to six. When someone has more than 1,750 followers, the number of Tweets/day rises to 10.

Tweets/Day

The Facts: 85.3% of Twitter users update less than once/day; while 1.13% Twitter users update more than average of 10 times a day.

Twitter Activity

The Facts: As many people have speculated, a small group of Twitter users account for the bulk of activity. Sysomos discovered that 5% of users account for 75% of all activity, 10% account for 86% of activity, and the top 30% account for 97.4% (see the report on analysis of top-5% users)

How Active Are Twitter Users?

The Facts: 50.4% of Twitter users haven’t updated their status in the last seven days.

Twitter Activity by Day of Week

The Facts: Based on a sample of 20 million Tweets, Tuesday is the most popular day for Twitter activity, accounting for 15.7% of total activity; followed by Wednesday (15.6%) and Friday (14.5%)

Twitter Activity By Time of Day

The Facts: During the day, the most Twitter activity happens from 11 a.m. to 3 p.m. (EST)

Publishing Tools

The Facts: More than half of Twitter users (55%) use something other than Twitter.com. TweetDeck is the most popular non-Twitter.com publishing tool with 19.7% market share, while Twitterfon had 4.5% and Twitterfeed 3.8% share.

iPhone Users on Twitter

The Facts: Not surprisingly, the majority of iPhone owners using Twitter are located in the U.S.

Note: These numbers are based on the number of iPhone users who use their devices to update their Twitter status. It also reflects higher penetration rates of  the iPhone in the U.S.

Top Twitter Countries

The Facts: US is the biggest Twitter country by population, followed by UK, Canada and Australia.

Fastest Growing Cities

The Facts: The cities with the biggest Twitter populations are New York, Los Angeles, Toronto, San Francisco and Boston. Los Angeles is the fastest growing city in the list.

Most Common Keywords in Twitter Profiles

The word cloud below shows a list of common words in bio of Twitter users.

Insights on Social Media Marketers Using Twitter

The Facts: 15% of Twitter users who follow more than 2,000 people identify themselves as social media marketers. More than 78% of social media marketers have more than 20 followers. As well, 35% write more than one update/day, compared with 15% for the overall Twitter population.

Average Tweets Per Day

The Facts: 65.5% of social media marketers post less than a update a day, compared with 85.3% of the general Twitter population. In addition, 6.3% post two updates a day (vs. 2.8 overall), while 4.3% post at least nine updates a day (vs. 0.17% overall). This suggests social media marketers are far more active than overall users.

Number of Friends

The Facts: 9.23% of social media marketers follow more than 500 people; 9.74% follow more than 750 people; while 10.7% follow more than 1,000 people. (Tablular Data)

Number of Followers

The Facts: 10% of social media marketers have more than 500 followers, 10.9% have more than 750 followers, while 11.8% have more than 1,000 followers. (Tablular Data)





MANO ALLE RETI! Fare Impresa nell’epoca del WEB 2.0

22 02 2010

Sabato 13 febbraio sono stato a Macerata, ad un Workshop sul Web 2.0, organizzato dalla Confartigianato locale e dopo averci pensato un po’ su ho deciso di fare qualche considerazione.


Quando ho ricevuto l’invito, oltre a trovare interessante il titolo “MANO ALLE RETI! Fare Impresa nell’epoca del WEB 2.0” sono stato positivamente colpito dall’abstract: “La rete Internet sta cambiando, si sta personalizzando: social network, wiki, blog, sono solo alcuni esempi di strumenti interattivi, di reti personali, che rappresentano questa nuova modalità d’uso che va sotto il nome di Web 2.0. L’utente della rete è diventato un protagonista attivo, consapevole, in grado cioè di produrre contenuti della rete stessa e di esprimere diffondere giudizi, preferenze, motivazioni, gusti (propri e di una comunità e di condivide) su tutto, anche sui beni ai servizi che il mercato offre. Inevitabilmente cambia quindi il modo con cui le aziende si organizzano, conoscono e si rapportano con clienti e partner. Sono diventate mature inoltre, nuove forme di business nate qualche anno fa proprio grazie alla rete…”

Il primo relatore Luca Eleuteri partner della Casaleggio Associati ha parlato di rete e dell’evoluzione del business attraverso Internet. Nel suo intervento ha presentato la situazione attuale della rete, anche attraverso dati, e le possibilità che essa offre alle imprese dando anche alcune cifre sulla futura evoluzione. L’intervento di primo acchito mi era sembrato un po’ troppo “semplificatorio”, poi si è rivelato assolutamente importante in quanto ha introdotto il tema, ed ha fornito, grazie anche all’autorevolezza del relatore, una base di partenza per tutti gli altri interventi. Aspetto centrale della relazione è stata la necessità da parte dell’impresa di avere una visione chiara di quelli che possono essere i suoi obiettivi quando si approccia al mondo della rete. In particolare sempre più spesso, anche grazie alla crisi, emerge la necessità da parte delle imprese di utilizzare Internet per sviluppare il proprio business, allo stesso tempo però si manifesta anche la difficoltà che esse hanno nel definire correttamente i propri obiettivi influenzate anche dalle elevate aspettative riferite al mondo di Internet. Questo infatti, anche per mia esperienza personale è uno dei principali problemi e anche ostacoli nel confrontarsi con Internet. Spesso si tende a considerare la rete solo come un insieme di siti Web oppure come uno strumento attraverso il quale le persone possono scambiarsi informazioni, in realtà invece la rete attualmente grazie anche alla sua evoluzione legata alla crescita di consapevolezza da parte degli utenti e all’evoluzione degli strumenti disponibili on-line, soprattutto quelli open source, rappresenta sempre più la mappa delle relazioni che legano tra loro le persone e anche le imprese e i clienti. A questo proposito vale la pena di citare esempi abbastanza emblematici come i social network che ormai rappresentano uno dei principali strumenti di comunicazione e di interazione tra le persone. Per non parlare dei blog che consentono agli utenti di diventare produttori di contenuti e di esporre le loro idee e le loro riflessioni a coloro che sono interessati all’argomento condividendo anche le proprie esperienze.

È stato interessante anche l’intervento di Alfredo Celiberti, della società Drop di Civitanova Marche specializzati in design e soluzioni di e-commerce. In questo caso Alfredo riportando la sua esperienza personale ha sottolineato quanto sia importante la volontà da parte della direzione aziendale per portare avanti progetti legati alla rete. Anche esso ha rilevato come principale ostacolo da tendenza da parte delle aziende italiane a considerare la rete come uno strumento ad appannaggio dei tecnici di coloro che in qualche modo hanno a che fare con il mondo informatico. È evidente invece come sia sempre più importante che il management delle imprese si occupi in prima persona di uno strumento così importante e fondamentale anche per lo sviluppo futuro del loro business. Gestire correttamente la propria presenza in Internet richiede infatti una visione strategica e una capacità di rivedere il funzionamento anche dell’impresa intorno alla rete stessa.

A completare il discorso è stato l’intervento di Carlo De Mattia, Architect & Product Designer fondatore di bookrang, il quale ha evidenziato nella sua relazione come i social network possono rappresentare un’opportunità fondamentale per  tutte le imprese e come, citando il libro di Chris Anderson “la coda lunga”, siano una grossa opportunità di business anche per le piccole realtà.

Lucidi intervento De Mattia

È necessario infatti pensare alla rete come una moltitudine di nicchie di mercato che permette di rendere disponibile qualsiasi cosa, ad un prezzo sicuramente più basso della distribuzione tradizionale e che permette di aiutare il potenziale cliente a trovare quello che cerca. È interessante notare che il focus non è il consumatore (soggetto da grandi numeri), ma il cliente (“abitante delle nicchie”), è cioè possibile grazie alla rete instaurare quel rapporto, se non uno a uno, almeno uno a pochi, da molti anni profetizzato dalla teoria economica, ma malamente recepito dalle imprese. Questa è una grossa opportunità anche per l’impresa artigiana moderna, che grazie alla rete può entrare in relazione, a costi contenuti, con l’audience, che capisce ed apprezza quello che fa. Va da se, e qui faccio un’aggiunta personale, che l’impresa in questione deve adottare un approccio al mercato basato sul “marketing dell’ascolto” e della relazione. Anche in questo campo la piccola-media impresa è favorita rispetto alla grande in quanto ha già nel suo dna questi elementi che sono alla base dell’interazione che è alla base del web 2.0.

Il tema, a mio avviso, è come rivedere il tradizionale schema produttore->distributore->consumatore  in uno schema circolare dove realmente tutti i soggetti della catena partecipano attivamente a tutte le fasi di creazione del valore aggiunto e che grazie alla loro interazione raggiungano un risultato superiore alla somma dei singoli contributi. A questo proposito ho fatto una riflessione su come questo modello che potrebbe sembrare irraggiungibile, faccia già parte della nostra quotidianità… l’open source. Grazie a questa rivoluzionaria modalità di produzione del software si è arrivati, partendo da un sistema operativo chiamato LINUX, ad avere strumenti come wordpress (e quindi i blog) e progetti ambiziosi e fondamentali per l’umanità come wikipedia. Stiamo forse veramente andando verso quella che gli economisti definiscono l’economia della conoscenza, intendendo quest’ultima come tutto il sapere, compreso quello “del fare”.





Interessante articolo Internazionale

20 02 2010

di Luca Sofri  www.wittgenstein.it

Internazionale ha pubblicato alcune settimane fa lo speciale di Edge di cui si era assai parlato in rete nelle settimane scorse, quello in cui molti commentatori ed esperti avevano detto la loro sul tema “Come internet sta cambiando il nostro modo di pensare”.  Approfitto della traduzione italiana per trarne una selezione di passaggi interessanti e “mind provoking”, di quelli che stasera a cena con i vostri amici potete parlare delle vacanze di natale, del Grande Fratello, o di internet. Naturalmente trascuro tutte le parti su “internet è una cosa meravigliosa, e un cambiamento prezioso per il mondo”, perché è una valutazione che do per condivisa tra le persone accorte.

Kevin Kelly, che fu il primo direttore di Wired, dice una cosa in cui mi riconosco molto su come internet cambia non solo il nostro modo di pensare ma anche le cose stesse che pensiamo.

Il web è la mia carta e penna, e sono diventato più bravo a raccogliere informazioni. Ma la mia conoscenza è più fragile. Per ogni informazione che trovo c’è qualcuno pronto a dire il contrario. Ogni dato ha il suo “antidato”. L’enorme ragnatela del web mette in rilievo sia i dati sia gli antidati. Alcuni sono stupidi, altri sono convincenti. Non possiamo lasciar decidere agli esperti, perché per ogni esperto c’è un antiesperto altrettanto bravo. Perciò tutto quello che imparo subisce l’erosione di questi antifattori. Non ho più certezze. Invece di affidarmi a un’autorità, sono costretto a crearmi le mie certezze, non solo sulle cose che mi interessano, ma su tutto quello che leggo, compresi i campi in cui non posso avere nessuna esperienza diretta. In generale, quindi, mi capita di presumere sempre più spesso che quello che so è sbagliato. Un atteggiamento ideale per uno scienziato. Ma questo signiica anche cheho più probabilità di cambiare idea per i motivi sbagliati. La capacità di accettare l’incertezza è uno dei cambiamenti che ho subìto.

Sono meno interessato alla Verità e più interessato alle verità.

La tendenza a lasciarmi convincere da acute e originali considerazioni a volte persino opposte è una cosa di cui anch’io mi accorgo di essere divenuto vittima. E ha a che fare con una diffidenza che si radica sempre di più in molti di noi nei confronti della ricerca di rapporti esatti di causa ed effetto tra presunti fattori e presunti risultati. Il che però consegna alle analisi e ai tentativi di comprensione delle cose una nuova bellezza autonoma, una ragione propria e indipendente da obiettivi definitivi.

Nassim Taleb, economista e altre cose (quello del Cigno Nero) vede invece negli stessi presupposti un effetto contrario a quello vissuto da Kelly (ma anche lui torna sull’ingannevolezza di certi casi, che è il suo cavallo di battaglia).

In passato pensavo che il problema dell’informazione fosse il fatto che trasforma l’homo sapiens in un idiota: lo rende troppo sicuro di sé, soprattutto in quei settori in cui l’informazione è avvolta da una gran quantità di rumore (come l’epidemiologia, la genetica, l’economia). Così ci convinciamo di sapere più cose di quante ne sappiamo realmente. In economia questo atteggiamento ci fa prendere dei rischi inutili. Quando ho cominciato a giocare in borsa, per cercare di vedere le cose con maggior chiarezza ho evitato di leggere troppe notizie. Spesso ci costruiamo delle teorie sulla base di notizie inutili, e ci lasciamo ingannare dalla casualità. E ora le cose stanno peggiorando.

Richard Dawkins, biologo ateista, en passant torna su una questione che sempre più persone di buona volontà stanno cercando di sottrarre agli abusi dei censori terroristi.

La tendenza alla maleduca­zione e all’aggressività è favorita dall’anonimato, di cui un giorno bisognerà discutere. Insulti e oscenità che non ci sogneremmo mai di firmare con il nostro nome escono allegramente dalla tastiera quando usiamo pseudonimi come Tinkywinky, Flubpoodleo Archweasel.

Clay Shirky, la cui passione per la saggezza delle folle e il sapere collettivo è molto contestata nel libro di Jaron Lanier, qui mostra che la sua visione è più moderata di quanto Lanier volesse sostenere. E che “regolamentare il web” non è un tabù, se ci capiamo su cosa significhi.

Considerato quello che abbiamo oggi, il web potrebbe diventare solo una briciola di materiale educativo in un oceano di narcisismo e di ossessioni sociali. Potremmo anche usarlo come ossatura di un vero cambiamento intellettuale e civile. Ma per farlo non basterà la tecnologia: dovremo adottare regole di condivisione aperta e di partecipazione, adatte a un mondo in cui l’editoria online è diventata il nuovo modo di leggere e scrivere.

Lo stesso Jaron Lanier , tornando sulla sua critica della presunta disumanizzazione del pensiero, dice una cosa che lui evidentente ritiene solida mentre a me sembra dimostrare la sua fragilità.

Ma pochissime delle persone che conosco condividono la mia opinione. Mantenere la propria dignità può anche signiicare opporre resistenza a quello che pensano quasi tutti i tuoi coetanei.

La pretesa autocompiaciuta che ci sia una dignità nell’essere minoranza in quanto tale, e che da questo da solo legittimerebbe un pensiero o un’opinione, è una vecchia disgrazia su cui Nanni Moretti ha pesanti responsabilità. È facile opporle l’ipotesi alternativa del trovarsi da soli contromano in autostrada, ed è altrettanto facile suggerirle che quando quasi tutti la pensano diversamente da te, questo è invece da solo un dato da tenere fortemente in considerazione, prima di concludere (può anche darsi) di essere l’unico ad aver capito tutto.

Infine Daniel Dennett (filosofo, c’è scritto) trova la citazione giusta per spiegare una grande questione psicosociologica di questi tempi, ovvero l’indisponibilità a imparare dagli altri e a convivere pubblicamente con le proprie mancanze, che internet tende in effetti ad esaltare (insieme a modelli televisivi e altro). La sappiamo tutti lunghissima.

Come disse lord Acton (ho appena controllato su internet se ricordavo bene la frase: la scrisse in una lettera al vescovo Mandell Creighton del 1887), “il potere corrompe, e il potere assoluto corrompe in modo assoluto”. Oggi abbiamo tutti un potere quasi assoluto in molti campi del sapere, ma non in tutti. E dato che questo cambia il rapporto tra quello che è facile e quello che è difficile, potrebbe corromperci tutti in un modo che non siamo in grado di prevedere.