Social Media in Asia: tutti pazzi per Facebook, ma la Cina no

28 02 2012

di Guido Ghedin

facebook china

Tema caldo oggi: in che modo Facebook sta conquistando l’Asia, e che ostacoli ci sono nel suo cammino?

Immagino abbiate già visto questa infografica di Ph. Creative, dove ci si immagina Facebook tra una quindicina d’anni; l’Università di Facebook, gli ospedali, persino la Facebook Air Force. La creatura di Zuckerberg potrebbe – per assurdo – diventare così: un’azienda in grado di dominare il mondo, tutti gli aspetti della nostra vita sociale.

Esistono però diverse realtà nelle quali Facebook non è (o non è ancora) la piattaforma dominante, ed oggi si parla anche di questo.

In Russia, ad esempio, è ancora VKontakte il padrone di casa: più 100 milioni di account e 20 milioni di utenti mensili. Nonostante i problemi di spam e privacy rimane un gigante del web sovietico, stabile nella top 50 dei siti più visitati al mondo – nonché al quarto posto in Russia.

vkontakte

Anche se Facebook sta pian piano crescendo: conta ad oggi più di 5 milioni di utenti, e probabilmente arriverà ad intaccare il primato di Vkontakte (e prima ancora del n. 2 attuale Odnoklassniki) nel corso di pochi anni. Abbiamo raccontato qualche tempo fa i motivi per cui VKontakte resiste a Facebook: staremo a vedere.

In Brasile, invece, il sorpasso è appena avvenuto: Facebook ha superato Orkut proprio a fine 2011. Del resto, quando un fenomeno sociale ha ritmi di crescita superiori al 300% annuo è davvero impossibile contrastarlo. Specialmente se questo fenomeno ha già quasi un miliardo di utenti nel resto del pianeta. Ed il resto dell’America Latina non sta certo a guardare: di recente è arrivato dalla Colombia il primo film distribuito su Facebook!

E poi c’è la Cina. E lo sapevate che andavo a parare lì. Ebbene, sta resistendo a Facebook, e rappresenta un’eccezione molto particolare, da tenere in fortissima considerazione. Per una serie di motivi che ora andiamo ad analizzare. In particolare due.

1) L’Asia

Facebook sta esplodendo in Asia, specie nel sud est: Thailandia, Indonesia, Malesia, Vietnam. Si può dire che in alcuni di questi paesi il passaggio da “third world” a “social world” ha visto il concetto di “Facebook” diventare sinonimo del concetto di “Internet”. Nelle Filippine, tanto per dare qualche numero, il 93% degli utenti internet è su Facebook.

Il nuovo report di Social Bakers parla chiaro: a febbraio 2012 in Asia ci sono 209 milioni di utenti Facebook. Ma soprattutto “la crescita mensile è del 3.4%, più del doppio rispetto alla crescita globale, ossia 1.6%.

E come si suol dire, un’immagine vale più di mille parole:

facebook asia

Prendiamo un paese a caso: l’Indonesia. Questo report di We Are Social ci mostra chiaramente quanto, nonostante la penetrazione di internet non sia certo paragonabile ai paesi occidentali (anche se il digital divide si assottiglia sempre di più), l’utilizzo dei social network sia enorme: il 71% degli utenti internet interagisce quotidianamente via social media.

internet penetration indonesia

Per non aprire il lunghissimo capitolo che potremmo dedicare al solo mondo del mobile: si pensi che in Cambogia internet arriva nel 2% delle case, mentre le tecnologie mobile raggiungono il 76% della popolazione.

E già che ci sono vi appiccico qui altre due slides, questa volta di un altro report, sempre di We Are Social e sempre relativo all’utilizzo dei social media in Asia:

social media china

L’avevamo detto prima, no? Le Filippine sono “la capitale mondiale di Facebook”, se si guarda il rapporto utenti FB/utenti internet. Malesia ed Indonesia seguono a ruota. La Thailandia è poco sotto, ma non fa certo eccezione: eccovi una campagna in cui mi sono imbattuto per caso qualche giorno fa.

Si tratta di un’iniziativa su Facebook per AXE, che solo in Thailandia ha 250 mila fan. È una campagna integrata e perfettamente in linea con il tono del deodorante di Unilever (strizzando molto l’occhiolino al lifestyle occidentale, se posso permettermi). Io la trovo curiosa, voi?

Ok, ok: forse non è la prima pubblicità che mette delle ragazze sexy davanti ad una telecamera. E forse neanche la seconda o la terza. Però mi sembra un bell’esempio, pescato a caso nel mucchio, per capire come girino le cose laggiù. Ossia tutto molto Facebook-centric. Zuckerberg domina dell’Asia, dunque.

Sbagliato:

social media asia

Nonostante stia conquistando il mercato del web in molti paesi asiatici, il peso dei milioni e milioni di cinesi che ancora non riescono ad usarlo si fa sentire, e molto forte. Il nostro amato Facebook si trova così addirittura fuori dal podio dei social network più usati nel continente. Perché? Ecco perché.

2) L’ecosistema Cinese

In Cina si è assistito allo sviluppo di una galassia di social network diversi dai “nostri”, paralleli a quelli occidentali; un vero e proprio ecosistema a sé stante. Non è solo questione di Facebook vs. RenRen, insomma. Ed essendo al giorno d’oggi l’integrazione crossmediale una delle caratteristiche più forti del social world, questa situazione renderà sempre più difficile per i giganti occidentali entrare in quel mercato.

Più passerà il tempo, meno sarà facile per Facebook e Twitter imporsi sui “cloni” RenRen e Sina Weibo. Così come non sarà facile per Youtube soppiantare Youku (300 milioni di unique visitor) o Tudou. Tanto meno per Google sostituire Baidu (400 milioni di utenti), o per i servizi di messaging strappare utenti a QQ, un gigante lanciato oramai oltre i 700 milioni di utenti e disponibile in multilingue. Si pensi che la sola piattaforma di mobile gaming di QQ ha 200 milioni di utenti registrati.

QQ gaming platform

E Pinterest? Probabilmente mentre scrivo questo post, in qualche angolo delle immense province cinesi qualcuno starà mettendo online la sua versione “Made in China”. O magari è già alla versione 2.0.

Certo, anche il problema della censura è primario, si sa. Questo bellissimo articolo dell’Internazionale racconta ad esempio come funziona Baidu: 85% del market share,mezzo miliardo di dollari di revenue annuo e 400 milioni di utenti  – non molti meno rispetto a Google, che nel 2010 ha dovuto chiudere la sua sede a Pechino poco dopo averla aperta. In Cina, volendo, Google funziona. Ma nessuno lo usa.

Sul search engine cinese non si trovano video, immagini o informazioni in lingua cinese cercando la keyword “Tiananmen”, ma si trovano canzoni da ascoltare legalmente – Baidu ha stretto una partnership con Universal, Warner e Sony. Le piccole-grandi contraddizioni di un colosso che tra 5 anni potrebbe superare i 750 milioni di utenti, superando anche big G.

Facebook al momento è bloccato, idem per Twitter; Pechino tiene sotto un controllo sempre più rigido anche le piattaforme indigene come Sina Weibo. Blocco dei profili fake per monitorare le persone con i loro nomi reali, divieto di aggregazione, controllo di determinate keyword.

Ma veniamo al dunque: di recente sono incappato in una cosa che mi ha fatto riflettere:

mac china

Sì, Apple ha lanciato le integrazioni con tutte le piattaforme in uso nel paese del dragone. Il calendar che si sincronizza con QQ e Baidu, gli Share Sheets compatibili con Youku, la possibilità di integrare contenuti multimediali con Sina Weibo.

Ci stiamo preparando all’invasione? Secondo me sì. Ma vorrei aggiungere che si sta preparando il terreno anche per la nostra invasione in Cina. Mi spiego meglio: nel giro di poco tempo, i brand che vorranno davvero essere globali dovranno sapersi muovere con facilità anche sulle piattaforme cinesi. Non che tanti non lo facciano già, ovviamente.

Quando parliamo di campagne marketing “nei social media”, signori e signori, non possiamo più giocare con la solita formazione a tre punte: Facebook-Youtube-Twitter. No, il web-marketing integrato del secondo decennio del terzo millennio include anche altri nomi e loghi.

E non sorprende che questo stia iniziando a succedere nell’ambiente social media, considerando l’importanza del gigante cinese – e relativo mercato – in tutti gli altri settori ha già da un bel po’. Per evitare di annoiarvi con banalità già sentite mille volte (del tipo: “la Cina è il futuro, l’ho  sempre detto io!”) vi metto sotto il naso un semplice dato: la Cina è il paese dove la Ferrari sta crescendo maggiormente, con un +62% nell’ultimo anno. Non solo usano i social network, ma spendono anche tanti soldi, laggiù.

E chiudo con un’anticipazione: se c’è un social network da tenere sott’occhio più di altri, questo è Sina Weibo, forse l’avevate già capito. Lanciato nell’estate del 2009, oggi contapiù di 300 milioni di utenti. Più di metà di tutti gli internauti in Cina. Io sto aspettando che esca la versione inglese per provarlo, non so voi.

敬請關注 (che credo si possa tradurre con: stay tuned!)

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Facebook, tutti i numeri del social network di Mark Zuckerberg

8 02 2012
By Naqern (Andrea Guida)

Senza addentrarci troppo in tecnicismi con cui la maggior parte di noi non ha particolare dimestichezza, ieri Facebook ha iniziato il percorso che porterà il social network più famoso del mondo ad essere quotato in borsa nel giro di qualche mese. Dalle carte preparate da Mark Zuckerberg e soci sono emersi tantissimi dati e statistiche interessanti che ci aiutano a capire davvero quanto è grande Facebook e quanti soldi riesce a macinare nel giro di un anno.

Eccoveli raccolti in un mega-elenco che comprende tutti i numeri di Facebook, non solo azioni e fatturato, ma anche numero di utenti attivi, dipendenti e tutto quello che ruota intorno al mondo di quello che il cinema ci ha presentato come The Social Network.

  • 1$ è lo stipendio simbolico che riceverà il CEO Mark Zuckerberg dal 2013 (lo stesso stipendio che prendeva anche Steve Jobs).
  • 12% delle entrate di Facebook vengono Zynga, fra pagamenti e pubblicità inserite all’interno dei giochi.
  • 15 aziende sono state acquisite da Facebook fino ad ora.
  • 21 volte compare nelle carte il nome di aziende partner o competitor di Facebook. Il nome di Google è scritto 14 volte, Google+ e Twitter un paio, Microsoft cinque volte, Friendster e MySpace non ci sono.
  • 35 volte viene menzionata nei documenti la parola “privacy.”
  • +39.4% i profitti di Facebook dal 2010 al 2011.
  • +46.8% le entrate di Facebook dal 2010 al 2011.
  • 56% delle entrate di Facebook viene da aziende pubblicitarie e piattaforme di sviluppo basate negli USA. Nel 2010 erano pari al 62% delle entrate.
  • 70 lingue diverse sono supportate da Facebook.
  • 3.200 sono i dipendenti di Facebook in giro per il mondo al 31 dicembre 2011.
  • 200.000$ è costato il dominio “facebook.com” dopo l’eliminazione del prefisso “the” nel 2005.
  • 783.529 dollari sono stati spesi da Zuckerberg per il programma “comprehensive security” del 2011 riguardante l’installazione e la manutenzione degli impianti di sicurezza nella residenza personale del fondatore di Facebook, il costo annuale del personale per la sicurezza e l’uso dell’aereo privato.
  • 1.9 milioni è il numero di metri quadrati che Facebook ha affittato per i suoi uffici in tutto il mondo al 31 dicembre 2011.
  •  8.5 milioni di dollari sono stato spesi da Facebook per acquistare il dominio fb.com dalla American Farm Bureau Federation il 15 novembre 2010. È stato una delle 10 vendite di domini con i prezzi più alti della storia.
  • 37 milioni sono le pagine di Facebook con 10 o più Like al 31 dicembre 2011.
  • 68 milioni di dollari sono stati spesi da Facebook nel 2011 per acquisire altre aziende.
  • 240 milioni di dollari sono stati investiti da Microsoft il 24 ottobre 2007 per comprare l’1.6% di Facebook (valutato allora per 15 miliardi di dollari).
  • 250 milioni di foto sono state caricate su Facebook quotidianamente negli ultimi tre mesi del 2011.
  • 388 milioni di dollari in ricerca e sviluppo sono stati spesi da Facebook nel 2011 (circa il 10,5% delle sue entrate).
  • 425 milioni utenti attivi ogni giorno su Facebook a dicembre 2011 da dispositivi mobili.
  • 483 milioni utenti attivi ogni giorno su Facebook a dicembre 2011.
  • 533.801.850 azioni di Facebook sono in possesso da Mark Zuckerberg, il 28.4% del capitale della società.
  • 557 milioni di dollari sono le entrate di Facebook per pagamenti vari nel 2011, il 15.01% delle entrate totali.
  • 845 milioni è il numero degli utenti attivi su Facebook alla fine del 2011. In aumento del 39% rispetto ai 608 milioni del 2010.
  • 1 miliardi è il numero degli utenti attivi su Facebook che si dovrebbe raggiungere entro quest’anno (probabilmente ad agosto).
  • 1 miliardo di dollari è l’ammontare dei profitti di Facebook nel 2011. Meno delle previsioni ma in crescita rispetto ai 777 milioni del 2009 e gli 1,974 miliardi del 2010.
  • 3,908 miliardi di dollari sono il totale dei soldi cash, equivalenti cash e titoli negoziabili da Facebook a fine 2011.
  • 9,7 miliardi di minuti sono stati spesi mediamente su Facebook ogni giorno a dicembre 2011.
  • 83,5 miliardi di dollari è il valore di Facebook secondo l’asta di SharesPost terminata oggi.
  • 100 miliardi di reti di amicizie ci sono su Facebook al 31 dicembre 2011.
  • 1 trilione di visualizzazioni ci sono su Facebook.




Fiorisce il mercato del lusso (nonostante i dazi)

6 02 2012
by pambianconews.com

 


Un’economia in costante crescita, una diffusa cultura edonista, una classe media in espansione e un numero record di milionari: è il Brasile il nuovo Eldorado dei brand mondiali di alta gamma, e non solo. Parliamo, infatti, di un paese che ha forti legami industriali con l’Italia, Pirelli ha festeggiato nel 2009 ottant’anni di attività industriale, il gruppo Fiat è il leader del mercato auto con una quota del 23% e Telecom Italia lo considera per importanza e investimenti un terreno domestico. In queste pagine uno spaccato completo del mercato, delle problematiche e dei player presenti.

UN MERCATO IN FORTE CRESCITA

Favela, criminalità, infradito, kilometri di spiagge, samba e carnevale: i cliché derivati dai “peccati giovanili” sono difficili da cancellare. Il Brasile, però, si mostra oramai sotto altre e ben più interessanti spoglie. Oggi, il Paese verde e oro è la settima potenza economica mondiale, nel 2010 il PIL è cresciuto del 7,5%, la produzione industriale del 10,5%, l’agricoltura e l’allevamento del 6,5% e 2,5 milioni di persone hanno avuto un nuovo posto di lavoro. Senza contare che le fluttuazioni del tasso di cambio e dell’inflazione, che oggi si attesta sul 6% circa, sono sotto controllo da oltre 10 anni. I suoi 27 Stati hanno attirato nel 2010 investimenti stranieri per 48,4 miliardi di dollari e di questi, dall’Italia solo un modesto 0,5% anche se – secondo l’ambasciata d’Italia – la presenza tricolore nel paese segna una graduale crescita. Il Sud-Est, con San Paolo e Rio, è la zona che presenta la maggiore concentrazione di attività industriali e finanziarie. “L’interesse della moda”, secondo Vittorio Missoni, “è decretato innanzitutto dal forte sviluppo immobiliare, commerciale e privato di alta gamma che si concentra nelle aree di San Paolo e marginalmente a Rio de Janeiro”. Qui, infatti, sono nati i primi luxury shopping mall come Iguatemi e l’ormai ex Villa Daslu. All’orizzonte ci sono poi due eventi planetari che daranno un’ulteriore spinta allo sviluppo del paese: i mondiali di calcio del 2014 e le olimpiadi del 2016, che secondo Alexandre Guimaraes, commissario brasiliano del Senato di Brasilia, “il governo brasiliano utilizzerà per riorganizzare e rimodernare il Paese investendo (si stima 30 miliardi di dollari) più di quanto è stato speso complessivamente nelle ultime tre edizioni della Coppa del Mondo”. Allo stesso tempo, aumentano anche gli investimenti d’imprese brasiliane all’estero soprattutto nel settore finanziario e in quello dei servizi, per un totale nel 2010, di circa 11 miliardi di dollari. Inoltre, la parte povera della popolazione sta recuperando potere d’acquisto grazie alla crescita reale del salario minimo e si assiste anche a una buona crescita della classe media tanto che tra il 2009 e il 2010 la domanda interna è aumentata dell’8%.

IL LUSSO PUNTA AL BRASILE

Dopo la crisi del 2008, i paesi emergenti sono diventati i protagonisti delle strategie di sviluppo e d’internazionalizzazione dei luxury brand. Tant’è che le organizzazioni europee del lusso, vedi Fondazione Altagamma (Italia), Comité Colbert (Francia), Walpole (Inghilterra), come gli enti di commercio statali quali UBIFRANCE e ICE stanno intensificando workshop e missioni economiche di conoscenza del territorio e del consumer verde e oro. A differenza di Cina, India o Russia, la prevalenza in Brasile delle donne tra i consumatori di beni di lusso influenza pesantemente il ranking delle categorie di prodotto di questo specifico mercato. Profumi e cosmetici, infatti, coprono il 62% del luxury market brasiliano; seguono i gioielli, nei quali è forte la presenza di brand domestici. Secondo Altagamma, il mercato del lusso in Brasile ha segnato nel 2010 un fatturato di 2,3 miliardi di dollari, con una crescita nel periodo 2003-2011, del 45% annuo. “È un mercato in forte crescita per le marche francesi più forti”, ha dichiarato Elisabeth Ponsolle des Portes delegata generale del Comité Colbert, l’associazione che riunisce le più importanti aziende del lusso francesi. “È per questo motivo, continua, che stiamo studiando una serie d’iniziative per portare sul territorio brasiliano anche le maison più piccole. A differenza della Cina o dell’India, però, abbiamo una forte concorrenza locale: una fashion week consolidata da più di 20 anni e poi molti brand nel design tra cui spicca il nome dei fratelli Campana e di H. Stern nella gioielleria, avvantaggiata dall’importante attività estrattiva brasiliana di pietre preziose”.

IL RETAIL DI ALTA GAMMA

Come detto, gli acquisti di beni d’alta gamma sono concentrati in due città: San Paolo, a cui vanno i due terzi delle vendite e Rio de Janeiro. Il primato di San Paolo, la più popolosa e vasta città dell’Emisfero Australe, è garantito dal Quadrilàtero do luxo formato da Iguatemi, Cidade Jardim, Morumbi Shopping, Rua Oscar Freire. Il 95% dei prodotti di lusso è venduto proprio in questi mall in cui è possibile trovare i luxury brand internazionali e locali. Cidade Jardim di proprietà del gruppo JHSF, ad esempio, si sviluppa su una superficie di 36mila mq. I suoi tre piani ospitano 180 negozi, un cinema, un teatro, una palestra, una spa e diversi giardini. Viene frequentata annualmente da 11 milioni di consumatori – una media di 30mila persone al giorno – ha un parcheggio di 1600 posti auto e impiega più di 1600 persone. In questo luxury mall ha aperto da pochi giorni anche Canali, storico marchio italiano di abbigliamento maschile. “Siamo entrati nel mercato brasiliano con Villa Daslu nel 2005”, ci ha raccontato Giorgio Canali, presidente di Canali USA. “La risposta della clientela è stata ottima. Poi questo cliente ha avuto seri problemi con il governo chiudendo in pratica l’attività. Nel frattempo avevamo già iniziato a esplorare altre possibilità e abbiamo così selezionato un partner locale che ci ha suggerito Cidade Jardim come il luogo ideale per aprire il nostro primo monomarca, e continueremo in futuro su questa strada scegliendo i luxury mall come luogo di elezione per le nostre aperture”. Diane Von Furstenberg, presidente dell’omonimo brand e della CFDA (Council of Fashion Designer of America), ha dichiarato al Reuters Global Luxury Summit di NY che “il negozio aperto due anni fa presso l’Iguatemi Center di San Paolo è già al secondo posto nella propria classifica degli incassi”. Secondo Carlos Jereissati, presidente del Gruppo Iguatemi, che gestisce 13 centri commerciali in tutto il Brasile con un fatturato nel 2010 di quasi 4 miliardi di dollari, “essere presente negli shopping center è fondamentale per avere successo in Brasile. Qui, a causa dei dazi, i beni di lusso sono molto più costosi rispetto ad Europa e USA, per questo motivo i nostri mall sono stati concepiti per offrire un servizio straordinario che giustifichi il prezzo. Quindi le cabine d’essayage dei negozi hanno le sembianze di piccoli salotti e, soprattutto, tutte le aree di accesso sono presidiate da un robusto servizio di sicurezza. Questi centri sono anche una vetrina importante per vedere ed essere visti e rappresentano anche veri e propri spazi culturali, con mostre d’arte e concerti. Dello stesso avviso anche Carlo Pignatelli: “Posizionare il marchio all’interno dei department store più prestigiosi è il primo obiettivo che ci siamo prefissati in accordo con il gruppo Black Tie, la cui collaborazione è nata dal forte interesse dimostrato nelle nostre linee. Riteniamo questo mercato molto vivo e ricettivo nei confronti del prodotto cerimonia di alto livello e puntiamo ad arrivare all’apertura di boutique monomarca nei principali centri urbani del paese”.

IL CONSUMATORE BRASILIANO

Il dato che più colpisce noi occidentali di questo mercato è l’ottimismo: i brasiliani sono tra i più ottimisti del mondo, e l’84% di loro ritiene che la propria situazione finanziaria sia destinata a migliorare nei prossimi 12 mesi. Le stime di Ubifrance Brasil, distaccamento dell’agenzia francese per lo sviluppo internazionale delle imprese francesi rileva che il reddito medio di un lavoratore brasiliano è passato dai 2.667 BRL del 2008 ai 4.080 del 2010 (1 BRL = 0,42 euro) e entro il 2014 la classe media brasiliana rappresenterà il 60% della popolazione, raggiungendo quota 119 milioni di persone (nel 2002 rappresentava il 39%). Oggi, lo zoccolo duro dei consumatori d’alta gamma si attesta sugli 11 milioni di individui. A guidare la crescita dei consumi di lusso sono i DINK: Double Income No Kids, coppie cioè senza figli. I loro gusti e le loro abitudini si concentrano attorno al colore, a una spiccata fedeltà alle marche, a un’attenzione massima agli outfit per le occasioni formali e mondane e a una propensione per l’acquisto a catalogo, specialmente per i cosmetici. A differenza degli altri paesi emergenti, in Brasile la donna rappresenta la percentuale più corposa della clientela d’alta gamma. “I brasiliani, inoltre”, afferma Alexis Babeau direttore generale aggiunto del polo lusso di PPR, “rappresentano una delle più importanti country turistiche delle nostre boutique in USA e Europa”.

UN UNICO PROBLEMA: I DAZI

L’analisi di Armando Branchini, Segretario Generale di Fondazione Altagamma, mette l’accento sul vero problema di questo mercato: “l’unica ombra, a oggi, sono i dazi sull’importazione, che si attesta in media su una quota del 35%”. A questo, aggiunge Diego Stecchi, direttore per l’America latina di Salvatore Ferragamo, “si associa una pesante e lenta burocrazia che, oltre a rilasciare con il contagocce le licenze per l’importazione delle merci, causa enormi ritardi nelle consegne, un problema per prodotti stagionali e a rapida obsolescenza, come quelli moda”. Il mercato brasiliano”, secondo Vittorio Missoni, “è fortemente ricettivo ma è bloccato nella sostanza dai dazi, dalla complessa burocrazia doganale e dalle normative di autorizzazione per l’importazione che variano da Stato a Stato”. Tutto ciò frena gli entusiasmi dei franchisee poco allettati dai bassi margini di guadagno e da una farraginosa macchina amministrativa.

Della stessa opinione anche Emanuel Chirico, Ceo di Phillips-Van Heusen (Calvin Klein, Tommy Hilfiger): “il mercato brasiliano ha dazi all’importazione estremamente alti e solo per questo è stato difficile per i marchi internazionali costruire un business delle dimensioni di quello asiatico. Ma il consumatore brasiliano è sempre più interessato ai marchi globali, lo vediamo nella nostra crescita in Sudamerica così come negli Stati Uniti, dove i brasiliani sono il nostro primo shopper internazionale”. Anche la lunghezza della catena distributiva è un aspetto negativo per la crescita in questo mercato. Come conferma Marco Pischitelli, direttore commerciale Flos, “la forte frammentazione della supply chain porta a un aumento del prezzo finale del prodotto fino a 4 volte rispetto all’Italia. Il nostro obiettivo a breve termine è quello di accorciare la catena distributiva collaborando con un importatore brasiliano che abbia anche punti vendita di proprietà”. Una soluzione per evitare dazi e ritardi è quella attuata dal gruppo Natuzzi: “dieci anni fa abbiamo aperto due fabbriche con l’obiettivo di produrre e consegnare ai nostri clienti prodotti di grande qualità, in tempi veloci”, afferma Pasquale Natuzzi. “Si tratta di divani e complementi disegnati e progettati nel nostro centro stile in Italia e realizzati a Salvador De Bahia. Poi è stato creato un ufficio commerciale a San Paolo con un team guidato da un manager locale. Oggi seguiamo a livello wholesale circa 200 negozi e a livello retail abbiamo già aperto negozi e gallerie con il nostro secondo marchio, Italsofa, nelle più importanti città”.

L’ELDORADO DELLA NAUTICA ITALIANA

Un recente studio sul Sistema Italia in Brasile commissionato a KPMG dalla Farnesina, evidenzia come la nautica da diporto (imbarcazioni inferiori a 32 piedi/10 metri) sia in pieno sviluppo. I 7.491 km di costa ospitano un parco di 650mila imbarcazioni, di cui almeno 53mila di lunghezza superiore ai 14 piedi (4,2 metri). Il 2011 è stato un anno importante per la creazione di poli di sviluppo nautici in Brasile. Il Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) e Confindustria Nautica (Ucina) hanno firmato a riguardo tre lettere d’intenti con gli enti pubblici brasiliani di Amazonas, Santa Catarina e Zona Franca di Manaus. Trai primi player italiani a beneficiare degli accordi il Gruppo Ferretti. “Le intese bilaterali”, afferma Lamberto Tecoli, responsabile Sales & Marketing del gruppo nautico, “ci hanno permesso di superare le pesantissime barriere all’ingresso imposte dal mercato brasiliano ai produttori nautici internazionali: basti pensare che, adesso, circa il 70% del valore delle imbarcazioni superiori ai 60 piedi importate e quasi il 90% di quelle al di sotto dei 60 piedi è costituto da imposte e dazi”. Nell’aprile 2010, a seguito di un accordo con il dealer storico Marcio Latorre Christiansen, è nata Ferrettigroup Brasil. “Nostro obiettivo”, afferma il manager italiano, “è creare un centro di riferimento unico per la produzione, la commercializzazione e l’assistenza post-vendita di tutte le imbarcazioni del Gruppo e contribuire all’ulteriore espansione nel Paese. Nell’ottobre 2010, inoltre, abbiamo inaugurato il nuovo prestigioso showroom Tools and Toys, un‘area di oltre 1.000 mq, situata all’interno dell’esclusivo luxury mall Shopping Center Cidade Jardim di San Paolo e sempre alla fine del 2010 abbiamo avviato un importante impianto a Vargem Grande Paulista nelle vicinanze di San Paolo. Questa fabbrica, in cui vengono prodotti i modelli dei brand Ferretti Yachts, Pershing e Bertram, è tra le più grandi di tutta l’America Latina, con una superficie complessiva pari a 145.000 mq, di cui 45.000 mq coperti. Il cantiere che si avvale di 600 dipendenti è in grado di realizzare a regime fino a 120 imbarcazioni all’anno (della lunghezza massima di 83 piedi) destinate interamente a soddisfare il mercato brasiliano. Il Brasile non poteva non essere un mercato trarget anche per il più grande Gruppo italiano del settore, Azimut Benetti, che da poco più di un anno ha aperto la filiale Azimut do Brasil. La società opera su un doppio binario: produttivo attraverso il cantiere di Itajai, nello stato di Santa Catarina, e commerciale attraverso un accordo con Yacht Brasil, dealer locale dotato sul territorio brasiliano di diciotto punti vendita e otto service point. Paolo Vitelli, Presidente del gruppo da lui fondato nel 1969, commenta così la scelta di presidiare direttamente l’area brasiliana: “Pur vantando una presenza più che decennale su questo mercato, circa un anno e mezzo fa abbiamo deciso di creare una nostra società in loco. Due le ragioni: da un lato l’inasprimento dei dazi doganali rendeva la profittabilità delle nostre vendite sempre meno interessante, dall’altra le caratteristiche del mercato nautico brasiliano, molto in linea con la filosofia di Azimut: il cliente brasiliano ama andare per mare, è raffinato e pretende anche un servizio d’assistenza di elevato standard. Nell’anno nautico conclusosi lo scorso agosto, il Brasile è stato in assoluto il nostro mercato di riferimento, con un fatturato di circa 80 milioni di euro, e per l’anno in corso prevediamo di continuare a mantenere il nostro primato con un ulteriore crescita a due cifre”. Oggi il mercato brasiliano di Azimut è focalizzato sulle imbarcazioni intorno ai 50 piedi ma è già pronto a salire in termini di dimensioni; per questo motivo, lo stabilimento di Itajai che a regime, con i suoi 200mila mq, sarà il più grande cantiere coperto al mondo, è strutturato per realizzare fino a 6 diversi modelli, 4 sotto gli 80 piedi e 2 sopra i 100. Forte anche l’integrazione della società con l’economia locale: Azimut do Brasil, infatti, fa parte del Board della Camera di Commercio di Santa Catarina per lo sviluppo della nautica nel sud del Brasile.

I BRASILIANI CHE SFONDANO IN EUROPA

Rafael Cervone, Ceo di Texbrasil, ente che si occupa del programma d’internazionalizzazione dell’industria brasiliana della moda, ricorda che il suo Paese “ha un forte know-how in tutto il processo produttivo: filatura, tessitura, finissaggio, confezione. Pochi sanno che il Brasile è la quinta potenza industriale tessile e la più grande industria dell’abbigliamento con oltre 30mila aziende”. Tra le più importanti il gruppo Alpargatas proprietario del marchio Havaianas, che con la vendita delle sue flip-flop colorate è arrivata nel 2010 a 1,25 miliardi di dollari di fatturato, circa il 50% dei ricavi netti del gruppo. “Siamo presenti sul mercato italiano ed europeo dalla metà degli anni 90”, afferma Michele Pittureri, country manager Italia. “Siamo partiti in Portogallo per arrivare, a oggi, a 27 paesi europei. Dal 2008 la casa madre brasiliana Alpargatas gestisce dall’headquarter di Madrid le filiali dei key market di Spagna, Francia, Inghilterra, Portogallo e Italia. Come retail diretto abbiamo effettuato quest’anno 4 aperture: Valencia, Londra, Parigi, Roma: tutto nel giro di una settimana l’una dall’altra. Nel franchising siamo attualmente a 6 unità in Europa e nel 2012 progettiamo di raddoppiare il numero aprendone almeno due in Italia in località di mare ad alto flusso turistico. Inoltre proprio per destagionalizzare le vendite del vecchio continente abbiamo perseguito una strategia di brand extension cominciando dalle espadrillas per poi passare a sneaker e da ottobre ai rain boot”. Dei marchi brasiliani uno dei più apprezzati in Italia è Osklen: secondo Oskar Metsavaht, fondatore del marchio, “Osklen è tra le prime marche eco-compatibili del paese verde oro ad avere un forte appeal anche internazionale”. Ha 390 punti vendita in Brasile ed esporta in 40 paesi oltre ad avere negozi a Miami, New York, Milano, Roma e Tokyo. “Gli europei e i giapponesi sono in una fase più consapevole della questione ambientale tanto che nel mercato internazionale Osklen è diventato sinonimo di nuovo lusso grazie all’uso di materiali ecologici, eco-sostenibili e non eco-noiosi”. Secondo la Camera italiana dei buyer di moda, tra i marchi brasiliani più diffusi di calzature d’alta gamma c’è sicuramente Melissa, marchio del gruppo Grendene, una delle più importanti realtà calzaturiere mondiali. L’azienda, nata nel 1971, si distingue per la capacità di realizzare “sogni di plastica”, attraverso una costante ricerca tecnologica e un’attenzione particolare alla eco-sostenibilità. Il brand brasiliano ha puntato molto sulla creatività attivando una serie di collaborazioni con importanti designer e stilisti: Jean Paul Gaultier, Vivienne Westwood, Gaetano Pesce, i fratelli Campana, e notizia di queste settimane, Gareth Pugh. Questa scelta, lo ha portato ad avere in Europa e in Italia un posizionamento molto più alto rispetto al Brasile diventando il marchio di punta di un segmento di mercato che prima del suo ingresso non esisteva. In Europa è presente da 6 anni nelle vetrine di selezionati multimarca e il 14 dicembre aprirà a Milano, al 12 di via Tortona, il suo primo flagship store. C’è poi il caso Privalia, società spagnola che ha saputo sfruttare il fabriquados no Brasil, la rapida crescita di una classe media e gli alti dazi doganali sulle importazioni in fattori critici di successo. Nata a Barcellona nel 2006 dall’idea di José Manuel Villanueva e Lucas Carné, Privalia è, oggi, il più importante e-tailer di Spagna, Italia, Brasile e Messico. Dalla moda all’arredamento, dall’elettronica ai giocattoli, sfruttando il modello di business B2B2C Privalia ha conquistato in tre anni più di 3,3 milioni di utenti in Brasile, per un fatturato 2010 di circa 48 milioni di euro. Privalia, come ci racconta il co-fondatore José Manuel Villanueva, “è una realtà multi-locale. Ciò significa che in ogni regione in cui siamo presenti abbiamo stabilito delle relazioni commerciali di tipo market-to-market con i brand domestici. Tra le diverse ragioni per cui scegliamo di entrare in un mercato, la più importante è la varietà di brand locali. Nel caso Brasile poi, ci troviamo anche di fronte ad un paese con grandi barriere all’entrata per i marchi stranieri. Il brand mix, per questa ragione, è molto diverso da quello che proponiamo in Italia”.