La mappa di chi usa Facebook

16 12 2010
By ilpost.it
La mappa delle amicizie sul social network più utilizzato al mondo, l’Italia è piena di amici
facebook_mappa_c

Paul Butler è uno dei tecnici del Data infrastructure engineering team di Facebook, l’area della società che si occupa materialmente della gestione dei sistemi che tengono in piedi il social network. Da quelle strumentazioni passano le informazioni sulle nostre amicizie, le fotografie, i link, le note, i video e tutti gli altri contenuti che decidiamo di condividere con i nostri contatti sul social network. La quantità di informazioni scambiate ogni giorno è enorme e basta pensare al numero complessivo di iscritti a Facebook, quasi 550 milioni di utenti, per rendersene conto. Butler ha deciso di utilizzare una parte di questi dati, in forma integrata dunque senza impicciarsi degli affari dei singoli utenti, per riprodurre una mappa su scala mondiale delle relazioni di amicizia tra gli iscritti al social network.

Ho visto formarsi una sagoma del mondo. Poi ho cancellato i punti e il tracciato delle linee per unirli. Dopo alcuni minuti di elaborazione, un’enorme macchia è comparsa al centro della mappa. Alcuni dei margini della mappa ricordavano vagamente i continenti, ma era chiaro che stavo utilizzato troppi dati per ottenere risultati interessanti semplicemente tracciando le linee tra i punti. Ho pensato che rendendo semitrasparenti le linee avrei risolto il problema, ma mi sono reso conto rapidamente che il sistema grafico che utilizzavo non aveva un numero sufficiente di colori per mostrare il lavoro come volevo.

Butler ha allora deciso di complicarsi un poco la vita, impostando alcune formule legate alle dimensioni delle città e dei network di amici dei singoli utenti. Le linee per unire le città hanno così acquisito spessore e colorazione differenti a seconda delle variabili usate.

Le linee e i punti dell’illustrazione rappresentano le sole relazioni personali tra un campione di dieci milioni di iscritti al social network, non ci sono confini né mappe geografiche. I profili dei continenti e dei singoli Stati sono unicamente dovuti all’elaborazione grafica delle relazioni di chi è amico su Facebook, e questo aiuta molto per capire quanto sia diffuso il social network su scala globale e in quali aree del mondo sia maggiormente utilizzato.

Stati Uniti ed Europa detengono la maggior parte delle relazioni e fanno dunque accendere più punti sulla mappa. Negli Stati Uniti l’attività è concentrata principalmente sulla costa Orientale, mentre su quella Occidentale si distingue un’attività più intensa lungo la costa della California. In Europa, invece, gli Stati più attivi sul social network risultano essere l’Italia, la Francia, la Germania e Gran Bretagna. La quantità di collegamenti consente anche di vedere quanto siano intensi gli scambi tra utenti negli Stati Uniti e in Europa. Notevoli sono anche le comunicazioni con il Sudamerica, e c’è da notare come sia particolarmente spento il Brasile, dove da sempre il social network che va per la maggiore è Orkut, quello sviluppato da Google.

La densità delle relazioni è molto bassa in Russia, dove si fa notare principalmente Mosca, in Cina e in buona parte dell’Asia. Fanno eccezione l’India, dove il social network sta guadagnando un numero crescente di iscritti, parte dell’Indonesia, la Corea del Sud e il Giappone.

Il continente meno attivo è probabilmente l’Africa, anche se comunque il numero di relazioni, specie verso paesi non africani, è molto alto. Spiccano il Sudafrica, il Kenia, parte della costa lungo il Golfo di Guinea e lievemente il Madagascar.





“Friend Management” su Facebook 1/2

13 12 2010

by Guido Ghedin

facebook fanpage brand

Dopo aver assistito ad una presentazione di Adam Yates, Account Executive di Facebook, alla UCLA, ho deciso di buttare giù due righe. Il suo lavoro consiste nel fungere da intermediario tra le aziende ed i milioni di fan/amici nelle rispettive pagine. Per dire, è quello a cui si è rivolta Ferrero qualche tempo fa per prendere il controllo della pagina del brand Nutella, creata da qualche appassionato e arrivata ad oltre 3 milioni di fan, senza nessuno controllo da parte dell’azienda.

 

Partiamo dai dati. Non ripeterò la solita storia, sappiam tutti dei 500 milioni di iscritti eccetera… solo due numeri: un quarto di miliardo di nuovi iscritti in un anno. 53 milioni di utenti giornalieri contro i 21 che ogni giorno passano per YouTube. Il 25% dei contenuti online in America passa per la piattaforma Facebook. Secondo le parole di Adam, infatti, oggi Facebook “è troppo grande per essere definito un social network”. Hanno appena aperto il 23esimo ufficio. Ad Hong Kong.

Aziende come Starbucks, Coca-Cola, Oreo (gruppo Kraft), o Skittles (campioni dell’utilizzo di Facebook e Twitter) veleggiano attorno ai 15 milioni di amici o più, come dimostra la foto lassù. Come sappiamo tutti, per diventare amici di Starbucks (o della pizzeria sotto casa) basta premere il bottone like, e questo marchio si va ad aggiungere alle centinaia di cose che ci piacciono su Facebook. Ma le statistiche mostrano come le differenze tra i friend e non-friend di un brand, quando si tratta di marketing, possano essere abissali.

Questo dato arriva da un test pilota che l’azienda di Palo Alto ha deciso di fare con un cliente di rilievo, Virgin Airlines. È stato proposto un questionario ad un campione casuale di persone, incrociando i risultati per scovare le differenze tra gli amici e i non amici della compagnia sul social network.

I risultati? A mio avviso prevedibili, ma con qualche dettaglio decisamente sorprendente:

  • Il 76% dei fan di Virgin su Facebook volano più di una volta l’anno, e l’81% ha volato con Virgin almeno una volta.
  • Il 77% dei Facebook friends dichiara di gradire molto Virgin, contro il 7% della popolazione generale.
  • Il 64% degli amici su Facebook sanno che Virgin offre assenzio nei menu in aereo, contro il 20% dei non amici (infatti io non lo sapevo!).

Questo significa che chi mette un like, il più delle volte lo fa con cognizione di causa. La cosa potrebbe non sembrare la novità dell’anno, ma non è nemmeno così scontata. Anche perché ogni persona amica di un brand funge da motore virale, e la galassia dei cosiddetti “social plugin” lo sta dimostrando alla grande.

Statistiche interne a Facebook dimostrano che quando un ad presenta la scritta “anche il tuo amico Mario Rossi è fan” si registra un 68% in più di click-through.

facebook advertising amici

Da questo dato si capisce l’importanza di alcuni tra i più validi mezzi del marketing moderno: il valore dei social plugin e l’efficacia dei reach block.

I plugin, come credo tutti sapranno, sono delle applicazioni che vanno inserite in un sito Internet esterno al social network ma che rimandano ad esso e comunicano social content. Esempio storico è il sito di CNN, uno dei più celebri centri di informazione mondiale e tra i primi ad integrare nella homepage un Facebook plugin, diventato il primo esempio di grande successo internazionale e destinato a diventare quasi uno standard per i siti di informazione. E non solo.

social plugin facebook

Attualmente il sito di LiveNation, colosso mondiale dell’entertainment, è in procinto di lanciare un plugin che permetta, dal website, di vedere direttamente gli ultimi biglietti (per concerti o eventi sportivi) acquistati dagli amici. È evidente che se la nostra band preferita sono i Pooh e il nostro amico del cuore ha appena acquistato un biglietto, anche noi saremo disposti a farlo (è un esempio, ovviamente). Esperienza simile a quella che si può provare tra le pagine del Levi’s Friend Store, lanciato questa primavera. È un plugin che coinvolge l’intera sezione di e-commerce del sito, e rende totalmente sociale l’esperienza di acquisto: per ogni singolo item si può vedere quanti l’hanno visitato, apprezzato, acquistato, e tra questi ovviamente sono in risalto i nostri amici. Questo video ne descrive in modo completo il funzionamento.

levis social media plugin

In un certo senso, anche la campagna di Discovery Channel che vi abbiamo presentato qualche mese fa era un plugin-based website… dagli scopi decisamente diversi!

I Reach Block sono invece parte dell’universo Facebook ads. Si tratta della possibilità di comprare tutte le prime 5 advertising impression dopo il login, per un determinato numero di utenti. Possono essere tutti gli utenti fan del brand, ma le targeting capabilities (il ventaglio delle possibilità di targetizzazione) sono molto varie: si possono raggiungere gli amici di determinati brand, le persone che nelle informazioni personali spacificano determinati marchi, gli utenti che recentemente hanno parlato (o commentato) citando il nome in questione. Per molti versi sono assimilabili alle potenzialità di una qualsiasi campagna di Facebook ad, ma sono estremamente più efficaci: 5 pubblicità di fila si fanno notare, specie se son rilevanti all’utente.

Ci sono diverse aziende che hanno sperimentato i reach block con successo: da Starbucks agli snack Little Debbie’s, passando per Cadbury (i cioccolatini resi celebri da Phil Collins, un gorilla ed un commercial che ha fatto la storia). Facebook sta quindi rubando, pian piano, una buona fetta dei grandi investimenti pubblicitari sui grandi portali web.

Ovviamente, infatti, una campagna di reach block si paga profumatamente: attualmente può avere quasi lo stesso prezzo di una homepage di Yahoo! o MSN, come dichiara questo studio di TBI research. E si sa, la homepage di Yahoo.com, coi suoi 41 milioni di contatti medi giornalieri, è considerata dai pubblicitari una sorta di SuperBowl quotidiano… con prezzi che non ci si allontanano molto (se 30 secondi di SuperBowl arrivano a 3 milioni di dollari, una giornata in homepage da Yahoo! può tranquillamente partire da $500K per raggiungere il milione). Tornando a noi: in pratica, un reach block che si rispetti può costare anche 300 mila dollari.

Chiuderei quindi con un’altra citazione di Adam: “I fan, anche se sono milioni, sono solo l’inizio”. A breve pubblicheremo la seconda parte, relativa alla gestione delle attività interne alle pagine Facebook, con altre case history (e alcuni flop) di tutto rispetto!





I nuovi profili di Facebook

8 12 2010

di ilpost.it

Mark Zuckerberg ha deciso di rivelare in televisione le novità più recenti che interessano Facebook. Nel corso della trasmissione televisiva “60 Minutes” della statunitense CBS, il CEO del social network ha annunciato il lancio delle nuove pagine dei profili per gli iscritti al portale. La nuova versione mantiene la classica impostazione grafica essenziale, modifica la collocazione di alcuni contenuti e mira a una esperienza visiva più ricca privilegiando le immagini sul testo.

Tre colonne
La struttura basata su tre colonne rimane invariata, ma alcuni elementi sono stati spostati e riorganizzati all’interno di ogni singola colonna. Quella di destra è lievemente più larga, così da poter mettere in maggiore evidenza gli annunci pubblicitari, mentre la colonna di sinistra è stata ripulita e resa più chiara con l’utilizzo di alcune piccole icone. La colonna centrale ha subito un maggior numero di modifiche, sopratutto nella parte superiore.

Addio schede
Le schede che comparivano appena al di sotto del nome del profilo nella colonna centrale sono sparite. Quei link consentivano di accedere alle altre sezioni dei profili oltre alla Bacheca e permettevano di leggere le Info del profilo, vedere l’area Foto e le applicazioni utilizzate dagli utenti. Per accedere a queste informazioni ora è necessario utilizzare la colonna di sinistra, dove compaiono i link alla Bacheca e agli altri elementi appena al di sotto della foto del profilo. Lo spostamento di questi elementi ha fatto guadagnare spazio nella colonna centrale per l’inserimento di altre nuove informazioni.

Con un colpo d’occhio

Al di sotto del nome di ogni profilo, ora compaiono alcune informazioni essenziali come occupazione, carriera scolastica, luogo e data di nascita, lingue parlate. In pratica, i dettagli forniti da ogni utente per l’area Info del proprio profilo compaiono ora anche nella pagina principale, consentendo di rinfrescarsi rapidamente la memoria sulla storia dell’amico contattato sul social network.

Più foto
Al di sotto del riassunto con le informazioni essenziali che vuoi condividere con i tuoi amici sul social network, la colonna centrale dei nuovi profili offre anche una serie di immagini in cui sei stato taggato dai tuoi contatti. Per evitare che tutto il mondo veda come prima cosa sul tuo profilo la foto di quel giorno in cui ballavi ubriaco col costume da Zorro, il sistema consente di eliminare le foto compromettenti dalle anteprime e di selezionarne altre in sostituzione. Chi lo desidera può anche rimuoverle tutte e fare sparire la fascia di immagini (la rimozione interessa solamente le anteprime, le fotografie continuano a esistere negli album).

Interessi in comune

La revisione grafica dei profili ha anche portato a una modifica nella visualizzazione degli interessi propri e degli amici. La nuova impostazione privilegia le immagini sul testo offrendo una serie di icone, che possono essere riordinate trascinandole con il mouse.

Migliori amici
I nuovi profili consentono di organizzare meglio l’elenco dei propri amici, creando gruppi e mettendo in evidenza i contatti cui tieni maggiormente. Si possono così creare elenchi dei migliori amici, degli amici di università o dei propri colleghi di lavoro.

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Più informazioni
Quelli di Facebook hanno deciso di cambiare i profili non solo per semplificare la vita agli utenti con una impostazione grafica più chiara, ma anche per raccogliere molte più informazioni sugli iscritti al social network. La pagina per modificare le informazioni da inserire sul proprio profilo è stata rivista e mira a incentivare l’inserimento di più dettagli da parte degli utenti. Questo consentirà di avere profili aggiornati e più completi rispetto ai precedenti e permetterà al sistema di organizzare meglio le informazioni dell’oltre mezzo miliardo di iscritti a Facebook.

Attivazione
I nuovi profili saranno messi a disposizione di tutti gli utenti entro le prime settimane del prossimo anno. Chi desidera passare subito alla nuova versione può andare qui e seguire le istruzioni (alcune opzioni in italiano non funzionano ancora al meglio).

60 Minutes
Nel corso dell’intervista concessa alla CBS, Zuckerberg ha risposto ad alcune domande su “The Social Network”, il film che racconta la storia di Facebook e del suo CEO. Il film si concentra sulla causa legale che i gemelli Cameron e Tyler Winklevoss decisero di intentare contro Zuckerberg, accusato di aver copiato la loro idea per un social network interno alla università di Harvard che successivamente sarebbe poi diventato Facebook. Mark Zuckerberg inizialmente offrì la propria collaborazione per il progetto dei Winklevoss, ma successivamente decise di sviluppare autonomamente una propria iniziativa. Secondo il fondatore del social network i Winklevoss «avevano un’idea che era totalmente differente da Facebook. Non si trattava di un lavoro, loro non mi pagavano. Non fui assunto o qualcosa del genere». Per Zuckerberg, il film si concentra troppo su una vicenda che in realtà lo tenne «occupato per meno di due settimane».





Pubblicità sui social media: la modernità diventa vintage

7 12 2010
di Joel

In un mondo dove tutto, ed in primis la tecnologia, diventa obsoleta in pochissimo tempo, questa campagna targata Moma, agenzia di San Paolo, in Brasile è azzeccatissima:

Facebook vintage commercial

Skype vintage commercial

Twitter vintage commercial

YouTube vintage commercial

L’idea, anche se originale nella sua realizzazione, non è nuova: molto spesso infatti gli oggetti della reclamizzazione vengono rivestiti di un’aura allo scopo di farli apparire migliori, innovativi o semplicemente diversi.





Così le aziende inseguono le tribù dei social network

6 12 2010

Si chiama “netnografia” la nuova disciplina che studia gli utenti Facebook e Twitter con gli strumenti dell’antropologia. Individuando dinamiche e opinion leader del popolo web, i grandi marchi conquistano nuovi clienti di PAOLO PONTONIERE

Così le aziende inseguono le tribù dei social network

CAPIRE i gusti delle tribù del web, domandarsi come si orientano i clan dei social network, chi sono i suoi opinion leader e quali sono gli argomenti che usano per far prevalere il loro punto di vista. In una parola, comprendere come si sviluppa un’idea forte nell’era dell’internet. Può essere un mero esercizio intellettuale, oppure una mossa per fare un sacco di quattrini. Un esempio? La Campbell Soup, l’azienda produttrice di cibi in scatola resa famosa da Andy Warhol con 32 dipinti negli anni Sessanta: utilizzando una intelligente strategia internet, la ditta statunitense è riuscita a rendere i suoi prodotti popolari tra i giovani, un segmento del mercato nel quale non era riuscita a sfondare utilizzando le tecniche del marketing tradizionale, e a spingere il suo fatturato oltre la soglia degli 8 milliardi di dollari l’anno. Il suo segreto? La Netnografia, ovvero l’arte dell’applicazione degli strumenti tradizionali dell’antropologia culturale e dell’etnografia nell’analisi delle interazioni che avvengono sul web.

“Dall’avvento del commercio elettronico e degli acquisti online avevamo perso terreno”, afferma Ciara O’Connell, una dirigente della casa statunitense. “Nel passato molti dei nostri clienti facevano riferimento alle nostre ricette per preparare la cena, ma con il popolo dei social network questo non avveniva più”. Così i netnografi della Campbell hanno cominciato a studiare perché la gente si scambia le ricette, come, quando, chi orienta il gusto. “Le tecniche del marketing tradizionale non riuscivano a varcare nemmeno la soglia dei social network”, ha aggiunto la O’Connell. “La netnografia al contrario ci ha dato la possibilità di studiare le interazioni che hanno luogo tra i consumatori in maniera diretta. Ci ha dato la possibilità di incanalare le esigenze dei nostri clienti in maniera vera ed emozionale”.

Le analisi dei netnografi sono state così utilizzate per creare un sito web che in poco più di un mese è passato da 120 mila ad oltre 1 milione di visitatori mensili. Ad attrarli sono applicazioni come “Tips for busy cooks” (suggerimenti per cuochi indaffarati), “Portion Control”, (il sorvegliante delle porzioni) e “Search by mood” (cerca ricette in base al tuo stato d’animo). La Campbell ha scoperto che i consumatori hanno un debole per lo scambio di suggerimenti su come usare le sue salse, come accoppiarle con formaggi e grissini  e come combinarle con i prodotti di altre aziende.

E quello della Campbell non è un caso isolato. Ad usare la netnografia ci si sono messe anche la Coca-Cola, la American Express, la Adidas, la Bmw, la Swarovski e la Beiersdorf, per citare solo alcune delle maggiori aziende.
La Adidas, per esempio, ha usato la netnografia per studiare le abitudini dei collezionisti dei suoi modelli, riuscendo a creare nuove scarpe di successo. La Listerine, un’azienda statunitense che produce collutori per l’igiene orale, ha scoperto che molti utenti associano il colore dei suoi sciroppi con gli alieni e che altri trovano che il loro odore gli ricordi le case dei nonni. Uno studio delle parole usate dai clienti di Starbuck e di Pete’s Coffee – le principali catene di caffè statunitensi – ha inoltre rilevato che questi tendono a sviluppare un proprio gergo, quasi che se si trattasse del linguaggio d’un paese straniero. Adesso le due aziende usano questo particolare vocabolario per stabilire un legame emotivo con i loro clienti abituali e per attrarre quelli della concorrenza. La Matchstick canadese, una delle maggiori distributrici di telefonini del paese, ha infine scoperto che alcuni blogger sono in grado di condizionare profondamente il discorso relativo ad un prodotto persuadendo altri ad adottare il loro punto di vista.

Sul fronte della netnografia non operano solo le grandi aziende, ma anche le più importanti istituzioni scientifiche. Gli antropologi dell’universo binario vengono da istituzioni come il Mit di Cambridge, la York University of Toronto e la Stanford University di Palo Alto. Alla York University, in particolare, insegna Robert V. Kozinets, ritenuto il padre della nuova disciplina e creatore della stessa parola “netnografia”.

Dalla Stanford University, invece, è uscita probabilmente una delle creazioni più divertenti in materia:  applicando i principi della netnografia alla tecnologia led, un gruppo di studenti è riuscito a creare una “World Mood Light”, un cubo luminoso che muta colore a seconda dei sentimenti espressi dai post degli utenti di Twitter in tutto il mondo. La World Mood Light 1 cambia colore ed intensità a seconda dell’umore dei messaggi pubblicati sul social network. Più sono numerosi ed emotivi, più intensi diventano i colori:  rosso per la rabbia, giallo per la felicità, blu per la tristezza, bianco per la rabbia, e così via.

Tra tutti i social network Twitter sembra essere emerso come il luogo prediletto dai netnografi per far galoppare la fantasia, perseguendo obiettivi che spaziano dalle inchieste commerciali a quelle di carattere investigativo e politico. Le varie applicazioni – Summarize, Tweetscan, Hashtags, Twitterverse, Tweetstats, Twittercensus e Xvision – seguono tutte l’evolversi del gusto e del pensiero degli utenti Twitter sulle maggiori questioni del momento. Diventando così anche strumento di analisi politica e giornalistica.

“La netnografia è stata tradizionalmente usata dai mareketers per creare fenomeni commerciali”, afferma Mirco Mannucci, fondatore della Holomathics e creatore di Tweeteretica, uno di questi software. “Noi la applichiamo alla politica, all’analisi e all’inchiesta giornalistica, cercando di localizzarla quanto più possibile e di comprendere le sue relazioni con gli altri discorsi che si svolgono in rete e il suo livello di influenza”. E così, mescolando la politica con il marketing e la matematica, e l’analisi compartamentale con internet, la netnografia sta gradualmente diventando la chiave di volta attraverso cui le aziende, i politici e i media riescono a decifrare e condizionare gli umori di una cittadinanza i cui interessi si posizionano sempre più spesso all’incrocio tra società reali e popolazioni che vivono in mondi intangibili.





Social Commerce: A First Look at the Numbers

2 12 2010
by Tamara – eventbrite.com

Measuring social commerce
True social commerce promises to leverage the speed and connectivity of social networks to drive sales transactions. It’s an elusive promise that many companies have struggled to realize, but those that do will disrupt industries and create a new scale of business.

With “Social Commerce: A First Look at the Numbers,” Eventbrite is unveiling the first tangible data to quantify the value and impact of social media in driving eCommerce. We are tracking a new set of metrics that measure social commerce success and are excited to share them with the industry. In doing so we hope to spark conversation and begin to set standards and benchmarks around this new marketing channel.

Events are inherently social. When people buy tickets for an event, they want to share the experience – and the news – with friends. The social Web fuels the conversation and the communities that arise around live events. This conversation isn’t new, but we are now able to track the resulting transactions with unprecedented granularity.

Eventbrite’s web-based service is the simplest, most effective way to publish events and sell tickets online. Deep and growing integrations with the major social networks mean that the power to drive organic social distribution is finally in the hands of event organizers and attendees. Eventbrite’s tools tap into the world’s overlapping social graphs to spread event news and purchase behavior. These tools are built specifically to empower organizers and attendees alike to turn events into truly social experiences.

For the purposes of this report, Eventbrite defines social commerce as transactions that are driven through sharing on social platforms such as Facebook, Twitter and LinkedIn and through email sharing via the Eventbrite “email friends” application.

Key findings
The key findings of our analysis include:

  • Sharing equals transactions: Dollars per share

When someone shares an event with their friends through social media, this action results in real dollars. Our most recent data shows that over the past 12 weeks, one share on Facebook equals $2.52, a share on Twitter equals $0.43, a share on LinkedIn equals $0.90, and a share through our ”email friends” application equals $2.34. On an aggregate level across Facebook, Twitter and LinkedIn, and our email share tool, each share equals $1.78 in ticket sales. We’re seeing this number improve every week with the most recent four-week average equaling $1.87.

  • It’s extremely sticky: Visits per share

The hyper-relevancy of the social graph breeds deeper engagement, greater sales and stickier audiences. For Eventbrite, Facebook is now the #1 referring site for traffic to the company’s site, surpassing Google as people discover events that their friends are sharing and they click through to find out more. On average each Facebook share drives 11 visits back to Eventbrite.com. Averaging across all channels, one share drives over 7 visits back to Eventbrite.com.

  • It’s happening everywhere, across all sizes and types of events: Consistency of sharing

Sharing is consistent across event size. Sharing occurs at the same rate an event has 10 or 10,000 people. Classes/workshops and networking events have the most share activity, followed by fundraisers, conferences, and music events.

What it Looks Like

How we did it

We use a custom suite of social analytics tools that we have developed entirely in-house. Our reporting lets us track and analyze not only which sharing options our users leverage, but where on our site each share action takes place. These tools also tie back into our conversion funnels, so we are able to attribute ticket purchases to the specific social distribution channel that drove them. So, for example, we can compare not just the value created by a Facebook “Like” vs. a tweet, but also the performance of shares initiated before or after a purchase.

Summary: Social commerce is the next big thing
Social commerce takes online commerce to a new level. It marries the natural act of sharing and socializing with friends and the act of buying something online. Social commerce brings together social promotion and transactions into a single, unified experience, which breaks the old rules of eCommerce and demands new metrics. And the exciting news is that this is just the beginning. Look for more reports from Eventbrite in the coming months. We’re also keen to hear your thoughts and feedback on the subject.





Five Social Media Trends for 2011

1 12 2010
by socialmediaexplorer.com

Where is social media headed? What is important to learn about now so that we feel like we’re “in the know” six months down the road?  Although everyone and their uncle is doing or will be doing 2011 prognostication pieces, I’m jumping into the fray and offering my own predictions and a bit of analysis on where we’re headed as we close out the final six weeks of 2010.

Consumer Content Curation

“Are we in the stream?”  That’s the #1 question that brand managers should be asking about their social media efforts going into 2011, because in the coming year people are going to be much more diligent about curating their own content into a more managable form.  Consumers are realizing that following eleventy-hundred brands on Twitter and Facebook is getting them some good coupons and deals, but it’s also turning their walls into malls, which is getting overwhelming.

Therefore, what’s happening in Facebook is that consumers are turning off brands posting to their walls, using Friends lists to pay close attention only to their “real” friends, and commenting on or sharing only when something is really juicy.   In Twitter, a company called Cadmus aims to change the way we view our streams by determining what content is most relevant to you based on your Twitter usage patterns.  Other tools, such as Paper.li and Flipboard (for iPad), also curate Twitter, primarily based on content popularity, and make that content much more reader-friendly.

For brands, this means it’s not going to be enough to create content – you have to create content that gets curated into people’s streams. If your content is truly compelling and share-worthy, it’ll get noticed and Liked, it will generate Comments and Retweets, and you’ll be okay because it will have legitimately earned its way into people’s streams. If not – you’ll have to have a combination of search optimization savvy, fans in high places (influencers), and maybe some cash to Promote your content right under people’s Twitter noses.

Niche Location

2010 may have been the year of location, but 2011 will be the year of Niche Location. While true that only 4% of the Internet population is using location based services (LBS), there’s no question that Foursquare and Gowalla were media darlings this year. I predict that in 2011 LBS will get more narrowly focused, which will make people more likely to use those services when they feel that there’s a) a specific value returned, and b) less of a feeling of “big brother” broadcasts to all.

Foodspotting

Services like shopkick appeal to in-store shoppers who love bargains – and who only want their location to be known to the store they want to shop at.  New platforms like Foodspotting appeal to the foodie niche;Xtify’s geo-location technology is going to allow a whole host of brands, such as Playboy, to unleash apps to target their exact demographic right where they are.  So, tell me what’s in it for me and promise that my mom won’t know about it and I just might buy in

Gamification and Social Gaming

I love this topic. Not just because I’ve recently become a FarmVille addict, but because it’s such a natural. After all, we’ve been buying the large McDonald’s Coke for decades just to get the Monopoly piece.  2010 was not only the year of location, it was the year of Zynga – when they formally aligned with Facebook, cozied up to Apple, and generally made a mess of people’s free time. So what’s do I predict will happen in Social Gaming in 2011?  It’s going to the Super Bowl!

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Image via CrunchBaseou heard it here first, folks: I believe that a big brand is already planning to gamify their Super Bowl marketing; we’ll see everyday Joes chasing after some special trophy collection on their packs of beer.  That trophy will of course tie in to the social web, where the consumer will share their victory and the brand will collect all sorts of data on the trophy holders’ social spheres. (You brands who haven’t started planning yet and are now going to do this – you can send me the check, thanks.)

And beyond the gridiron: FarmVille, for one, has become a new testing ground for brand integration – it’s come a long way in the past couple of weeks, even, with new promotions for Farmer’s Insurance (duh), the Megamind movie and, yes, McDonald’s.  In the coming year we’ll see more, and deeper, brand integrations with existing gaming platforms, as well as more brands creating their own gaming structures for consumer advancement into preferred status, coupons, or freebies.

Jason actually offered some great thoughts on gamification in this month’s Navigator, Social Media Explorer’s monthly newsletter. You should subscribe.

QR Codes

I may be too geeky for my own good, but I love QR codes. I even have one on my business card. I love how they add interactivity and trackability to traditionally un-trackable print and outdoor media, as well as a bit of whimsy and mystery to everyday objects and events (see my photo of a knitted QR code that I saw at Maker Faire – as a knitter I really geeked on this, even though I can’t seem to make my QR reader read it.)
Knitted QR Code from Maker Faire

Although QR codes seem to still be the provence of geeks like me, they are completely mainstream in Japan and they’re poised to grow expontentially here in the US, given that 51% of all Americans will be carrying smartphones in 2011.  There are a number of great companies and apps currently experimenting with (or betting their business on) QR codes, and I predict that we’ll see a great deal more in QR territory in the coming year, including greater brand integration in print magazines, more consistent use in outdoor media, and even some clever mashups of QR codes, gamification and social commerce.  So read on….

Social Commerce

I started out thinking about this trend as two trends: Group Buying and Facebook Commerce.  But the more I thought about it, the more I realized that it’s all the same thing: new ways to leverage your social circle to help you shop or share your haul.  In 2010, there were a couple of bold startups that wanted consumers to share their every purchase with their friends (is anyone really still talking about Blippy and Swipely?) – but it seems pretty clear that most people do not want to share each and every pharmacy item purchased with their former flame, their mom, and their neighbor.

However, when you add in a “what’s in it for me” component like with Groupon, or a “look at me I’m so cool” component as with Facebook Commerce, there are many more people willing to share their individual purchases (or purchase intent) through their existing social platforms.

Social Commerce also goes to the “fish where the fish are” concept that I’ve often invoked when talking about Facebook: if there are nearly 600 million potential customers in Facebook, why not try giving them something else to do with your brand besides grab a coupon? In 2010, savvy brands saw a solid rise in revenue from mobile commerce applications; I predict that next year will be the year of social commerce for brands which are bold enough to give it a go.