Integrare social media e direct marketing: si può e si deve!

31 03 2011
by Domenico

E’ ormai assodato che il direct marketing rappresenta da anni un metodo sicuro, che consente di raggiungere un target definito e delle risposte misurabili. Questo strumento presuppone però un’interazione con il destinatario dei messaggi, che nel momento in cui riceve il contatto si trova in una posizione di passività.
Dunque come si può far diventare attivi i nostri potenziali clienti-visitatori e fare in modo che siano anche loro a cercare e trovare noi?
Una campagna di social media è certamente la strategia adatta al caso. Vediamo come.

Prima di inviare un tweet, di scrivere un post nel blog e attirare nuovi contatti è necessario elaborare a monte un piano strategico.

Il cammino verso un piano di marketing “sociale” di successo può essere davvero lungo e dispendioso. Definire con chiarezza il piano d’azione può davvero fare la differenza fra un utilizzo redditizio ed un impiego superficiale dei social media.
Vediamo come affrontarlo.

1.   Iniziare con un piano d’azione dettagliato.

La strategia deve iniziare dalla “comunità” e dal contesto nel quale si è inseriti, ponendosi le seguenti domande:

  • Come interagiscono con me i clienti e viceversa?
  • Cosa vogliono i miei clienti?
  • Cosa li spinge ad agire?
  • Quali sono i vantaggi e le opportunità?

Una delle più grandi sfide nel campo dei social media consiste nel trovare i giusti parametri di riferimento. E’ necessario utilizzare più di una sorgente per poter confrontare i parametri, in quanto ogni social media ha il suo “peso specifico” e non basta il semplice numero di visitatori a fornire un metro di giudizio affidabile.

Il social media è un costruttore di rapporti a lungo termine, non un generatore di cassa a breve termine. Se non si hanno punti di riferimento stabili e se non si adotta una precisa strategia non si avrà la possibilità di constatare l’eventuale evoluzione nel tempo.

2.    Definizione degli obiettivi.

Gli obiettivi di una campagna di social media devono essere realistici, specifici e coerenti con quelle che sono le finalità prefissate.
Ad esempio, se avete appena attivato una pagina di Facebook, l’obiettivo iniziale potrebbe essere quello di raggiungere un certo numero di visite al giorno e un certo numero di commenti pubblicati al mese.

All’inizio è raro ricevere molta partecipazione, ma è necessario concedere tempo e consentire lo sviluppo graduale della comunità.
A questo riguardo il social media è molto simile al direct marketing; in entrambi i casi si tratta di business “back-end”, in cui bisogna costruire una base di clienti prima di poter raccogliere dei risultati.

3.    Trova i tuoi clienti online

I clienti da cercare sono già online. La domanda è: dove? Ci sono così tante piattaforme di social media che risulta impossibile coprirle tutte. Bisogna pertanto selezionare ed operare delle scelte; il costo degli investimenti in questo settore è abbastanza elevato e cercando di apparire ovunque si rischierebbe un costo più alto dell’eventuale ritorno.

Ed è qui che i social media si differenziano dal direct marketing. Se si invia un messaggio attraverso una piattaforma online, il destinatario sceglie liberamente di visualizzarlo, a differenza del direct marketing. Senza “seguaci attivi” è come se proponessimo il messaggio in una stanza vuota.
Il motto nell’ambiente del social media è “build it and they will come”; costruiamo e verranno. E’ necessario prendere l’iniziativa e sondare continuamente il terreno con test e ricerche.

Per cominciare, un’opzione semplice e immediata potrebbe essere quella di attivare pagine sui social più in voga e famosi come Facebook, Linkedin e Myspace. Facebook ha 400 milioni di clienti attivi mentre Linkedin è l’ideale per le aziende B2B.
Twitter è un buon gestore di traffico in quanto indirizza gli utenti al sito internet, blog o altre piattaforme di social media.

L’obiettivo però deve essere quello di trovare i “luoghi” con la più ampia base di potenziali utenti. Una volta attirati è necessario coinvolgerli il più possibile attraverso discussioni e proponendo sempre nuovi contenuti, conferendo a questo sistema di interazioni un piacevole alone di gioco e allegria.

Un’analisi dei luoghi sociali frequentati dalla concorrenza può fornire importanti indicazioni sulle preferenze degli utenti. Inoltre consente di ricevere indicazioni più precise sulle aspettative e gli interessi dei visitatori, fornendo spunti interessanti su metodi d’approccio alternativi per il proprio business.

Di certo una campagna sui social media non può guidare il settore delle vendite; chi intende affrontare un approccio di questo tipo sbaglia in partenza. Il social media può aumentare sensibilmente l’immagine aziendale, la durata della vita del potenziale cliente e il lifetime value, ovvero l’indicatore che misura i profitti futuri che potrebbero derivare dai clienti.

Per queste ragioni è consigliabile usare degli accorgimenti nel redigere gli obiettivi di una campagna di social media. L’utente medio della rete al giorno d’oggi è estremamente volubile, dunque il compito di chi si occupa di marketing è quello di guidarlo, ascoltarlo e in un certo senso seguirlo.
Affiancare il direct marketing ad una campagna di social media quindi può risultare estremamente vantaggioso; infatti entrambe le strategie mirano a creare un rapporto diretto, interattivo e duraturo con il cliente-visitatore, anche se partendo da due presupposti diversi.

Insomma direct e social marketing insieme formano una combinazione vincente.





Le prime 48 ore di Mozilla Firefox 4

30 03 2011
by blog.mozilla.com

The response to Mozilla Firefox 4 has been astounding!  The team here pulled together the following infographic to share some cool stats about the first 48 hours following the launch.





Will Facebook replace company Web sites?

18 03 2011

by Stephen Shankland

LONDON–A day might be coming when the power of Facebook means that major companies no longer bother with their own Web sites.

That was the startling if self-promotional possibility sketched out by Stephen Haines, commercial director of Facebook’s U.K. operation, while speaking today at the Technology for Marketing and Advertising conference here. Essentially, Haines argued, companies’ interactions with their customers could take place so often on Facebook that company Web sites would fall by the wayside.

To bolster his argument, Haines showed statistics comparing how many times Facebook users have clicked a company’s “like” button with how many times per month people visited that company’s Web site. For Starbucks, a top Facebook advertiser, the ratio was 21.1 million likes to 1.8 million site visitors. For Coca-Cola, it’s 20.5 million compared with 270,000; for Oreo, 10.1 million compared with 290,000; and for Dr. Pepper, it’s 4.1 million compared with 325,000.

It’s no surprise to hear that Facebook, trying to convert its social-networking dominance into corresponding popularity with advertisers, likes a future in which it’s the hub of commercial activity. In a sign that bodes well for that ambition, Haines’ talk drew an overflowing crowd of marketers eager for any tips on how they, too, can capitalize on Facebook usage. In the U.K., millions of Facebook users spend an average of 28 minutes per day on the site, Haines said.

His idea isn’t totally outrageous. After all, plenty of individuals and companies rely on existing online services rather than building everything from scratch. At the individual level, tools such as Google’s Blogger or Yahoo’s Flickr are easier to set up than a custom-built blog or photo-sharing site. Facebook interactions let companies tap into a wealth of customer information and a communication channel, and there’s no need to coax a user to set up yet another username and password.

But the prospect of Facebook becoming powerful enough to make a sort of parallel Web inside its own walled garden is also no doubt fearful in some ways. Sure, the social-networking site is embedded increasingly deeply into people’s lives, but relying on it for customer communications means subordinating a key part of a businesses’ operations to a middleman that has shown no shortage of ambition. Many companies are happy to use Microsoft products and Google services, but companies and antitrust regulators get antsy when too much power is concentrated in one corporation’s hands.

Two of the new directions in marketing that Facebook is taking, shown by Stephen Haines, commercial director of Facebook's U.K. operation, at the Technology for Marketing and Advertising conference in London.
Two of the new directions in marketing that Facebook is taking, shown by Stephen Haines, commercial director of Facebook’s U.K. operation, at the Technology for Marketing and Advertising conference in London. (Credit: Stephen Shankland/CNET)

There’s also the possibility that Facebook users, not just companies, might get cold feet. Thus far the site has continued to attract members despite controversies over privacy and other matters, but it’s possible the company might go too far.

It’s music to marketers’ ears to hear Haines say Facebook’s targeting tools can tell companies exactly who are the “22-year-olds in Surrey who like football and cricket.” But Facebook users might not find it so melodic when finding out that companies, not just their friends, have a keen interest in what favorites they list on their profile.

Even if Facebook doesn’t somehow supplant lots of Web sites, though, there’s no denying the social network is becoming more important to marketing, and it’s adapting to the idea.

Facebook has a variety of tools available to marketers:

  • Ways to offer free samples to customers, something ketchup maker Heinz has used.
  • The ability to attract the attention of smartphone users making local check-ins. Clothing retailer The Gap gave away 10,000 pairs of jeans to the first 10,000 customers to use the Facebook local check-in service, and Mazda sold 100 cars–exceeding expectations–with a 20-percent-off offer at five U.K. auto dealerships, Haines said.
  • The ability to build e-commerce sites into Facebook pages. Max Factor didn’t want to lose visitors to its Facebook page to another site when customers were ready to buy something, so a partnership with Amazon lets the customers buy products without leaving.
  • “Reach block” ads that change as many as five times in a 24-hour period to send a sequence of ad messages to Facebook users.
  • Surveys that let companies try to engage customers in company decisions. Vitaminwater used voting, among other mechanisms, to generate 1.3 million “connections” with possible customers during its “find a new flavor” marketing campaign.
  • Applications built atop Facebook’s interface that let companies create custom-made interactive programs.

On top of that, Facebook is experimenting with new ideas. One is “newsfeed story ads,” in which commentary that ordinarily would appear as updates in a Facebook user’s news feed appears in advertisements, too. Another is “application social context ads,” in which an app can show a user which of his or her contacts also is using it.

Regardless of the extent to which Facebook actually replaces in-house Web sites, Facebook as a marketing channel isn’t for everybody. Naturally, Haines had plenty of examples of companies that have benefited from Facebook’s marketing potential, but he also had cautions for those thinking of using Facebook seriously in this way.

First, be prepared for a long-term commitment to keep a site on Facebook lively.

“If it doesn’t change, it’s probably not worth dabbling” with a Facebook site, Haines said. For a social-networking site to be useful in marketing, it’s got to “stimulate” the customers, he said.

Second, plan to respond to very public criticism.

“If you ignore [criticism], it’s the worst thing you can do,” he said. “Be prepared for it, because it will happen.”

Ideally, good responses can turn critics into fans, though.

Third, companies should be judicious about the fine line between engaging customers and annoying them. One company, which Haines didn’t name, had 200,000 people liking its page.

“They sent sent seven messages a day,” he said. “Their fan base dropped off.”





101 Social Media Stats to Make Your Spirits Bright and Your Head Spin

16 03 2011
by Andrew Hanelly

Finding the right needle in the haystack that is the Internet is often times an exercise in futility and frustration.

Sure, you can find “quick tips” for just about anything, a “how-to” guide for maximizing anything you’d like to maximize,  and “case studies” that illustrate someone else’s success story which you believe – for a fleeting moment – you can just as easily apply to your own situation.

Social Media Life - Workstation
Image by the tartanpodcast via Flickr

Most often the tips are oversimplified, the how-to guides leave much to be desired, and the case studies seem to more like exceptions than they are rules.

What you really need, at the beginning, middle, and end of the day, is the truth. Or something that is almost close enough to the truth: like social media statistics.

I Wanna Know Where the Stats At

As you probably know, 108% of statistics are exaggerations, so be careful what you glean from this. I did not intend for this to be a be-all, end-all answer source, but rather a launch pad for further investigation.

That said, here is my collection of social media statistics I’ve cobbled together over the past year.

Social Media in the Daily Life of Web Users

Far from complete, here is a brief (but current) breakdown of social media usage. It is (obviously) ramping up in adoption and is woven intricately into the daily lives of many web users. This trend has no sign of slowing down.

What Sources of Info Users Trust Completely on Social Media

In general, complete trust is at a premium online (and in real life, too, to be fair). People tend to trust their friends over brands, but they also tend to trust brands over independent bloggers.

  • 26% trust blog posts written by people they know
  • 23% trust posts by friends on Facebook
  • 12% trust their friends’ Twitter streams
  • 11% trust corporate blogs (We brand marketers have work to do!)
  • 9% trust Facebook updates from brands or companies
  • 8% trust fellow community member comments
  • 8% trust brand representative comments in online communities
  • 6% trust brand-run Twitter streams
  • 6% trust blog posts by independent bloggers
  • 5% trust independent blogger’s Twitter streams

When building trust in social media, people look at the following features to evaluate just how trustworthy a site or account is. Factors which build trust in social media:

  • 64% trust social media more if the dialogue is open to both positive and negative comments
  • 60% trust social media more if the author or sponsor is responsive
  • 38% trust social media more based on the size of the sponsor or authors following

On Twitter

Ever the darling of the blogosphere, Twitter has grown at an amazing rate over the past few years and has been adopted by everyone from the Fortune 500 to the revival-stage LeVar Burton. But what exactly is going on in the Twitterverse (sorry for using that terrible term)?

Behavior on Twitter

We can’t get away from seeing that blue logo on everything from the nightly news to the placemats at the local diner, but what exactly are people doing on Twitter?

  • 36% check for Tweets at least once per day.
  • 21% never check for Tweets
  • 72% post personal updates
  • 62% post work-related updates
  • 55% share links to news stories
  • 54% post general life observations (e.g. “The Metro is slow”)
  • 53% Retweet other users
  • 52% send direct messages (e.g. “Thank you for the follow, I look forward to your Tweets, please buy my eBook now on using dir msgs to monetize Twitter”)
  • 40% share photos
  • 28% share videos
  • 24% Tweet their location (Le sigh …)
  • 37% of Twitter users are more likely to purchase from a brand after becoming a follower
  • 33% of Twitter users are more likely to recommend a brand after becoming a follower

A breakdown of personal Tweets by content type:

  • 43% are conversational
  • 24% are status updates/ritualistic
  • 12% are news-related
  • 3% are seeking or giving advice
  • 1% are self-promotional (Come on, really? This number seems to be missing several hundred zeroes.)

Reasons why consumers interact with brands on Twitter:

  • 33% of active Twitter users share opinions about products or companies
  • 32% make recommendations  about products or companies
  • 30% ask for recommendations
  • Of those, 43% are sharing news or information about the brand
  • 35% are “using” the brand (e.g. “Checking out a demo of @TweetMonetizer. They rule!”)
  • 21% are voicing their opinion about the brand
  • 1% are conversing directly with the brand

A breakdown of brand/marketer Tweets by content type:

  • 75% are general information and news
  • 16% are conversing with a consumer
  • 6% are showing personality or quirks
  • 2% are coupons or sales codes
  • 1% are conversing with another brand (Keep your friends close and your enemies closer?)

When people leave – gasp! – Twitter, where are they going?

  • 47% click on news
  • 10% click on Technology-related content
  • 10% click on celebrity/entertainment content
  • 6% click on movie-related content
  • 4% click on “how-to” and DIY content
  • 23% click on “other” types of content  (Helpful, isn’t it?)

On Facebook

Facebook is bigger than the Beatles (and you know what that means). But what are people doing there (besides checking up on ex-girlfriends?)

Why Facebook users “Like” a brand on Facebook

  • 25% want to receive discounts and promotions
  • 21% are customers of the brand
  • 18% want to show support for the brand
  • 10% do it for fun and entertainment
  • 8% want to be the first to know information about the brand
  • 6% want access to exclusive content
  • 5% followed a friend’s recommendation to “like” a brand
  • 4% want to be part of the brand/fan community
  • 2% work for the brand (Doesn’t this seem low??)

What caused Facebook users to like a brand’s page in the first place?

  • 75% connected because they were invited by the brand directly
  • 59% connected because they were invited by a friend
  • 49% connected as the result of personal research

And why do people unsubscribe from a brand’s Facebook page?

  • 32% were no longer interested in the brand
  • 27% thought updates were published too frequently (i.e. Don’t flood my stream)
  • 22% thought updates were uninteresting
  • 12% plain did not like the updates
  • 7% thought updates didn’t come enough (i.e. Don’t starve my stream)
  • Only 17% of Facebook users are more likely to purchase from a brand after “liking” their page
  • 21% of Facebook users are more likely to recommend a brand after “liking” their page

Where Do People Go When They Leave Facebook?

  • 18% leave for news content
  • 18% leave for their celebrity/entertainment fix
  • 17% leave for video game-related content
  • 12% leave for technology content
  • 9% leave for “how-to” and DIY-related content
  • 26% leave for “other” reasons (Maybe they head to Twitter?)

So What Does it All Mean?

It’s fun (sort of) to look at numbers and see how social media has erupted onto the media landscape with no signs of flowing back, but what does it mean for the future of our industry?

Instead of boring you with an analysis, I figured I’d make up some statistics myself to wrap things up. Like:

  • 100% of you use social media, and will continue to do so in the near future
  • 90% of you will wish you could get your money back for reading this far
  • 87% of you will wonder why I didn’t mention YouTube, MySpace, or any of the other major social media spaces out there (I got sort of exhausted, and besides, 101 is a pretty nice number)
  • 56% of you will think this was nice, but relatively useless for drawing conclusions
  • 42% of you wish there were 101 more stats
  • 2% of you counted to see if there were really 101 stats here (and yes, I’m counting these made-up ones)
  • .001% of you will understand that I was just trying to be helpful because I personally get frustrated scouring the web for useful statistics when making a case, a PowerPoint, or a blog post on SocialMediaExplorer.com (thanks Mom!)




Facebook: le nuove conseguenze del Like

14 03 2011

di vincos

La rete attualmente descritta da Google è una ragnatela di pagine, Facebook vorrebbe riuscire a disegnare una rete in cui vengano in rilievo le connessioni tra persone ed “oggetti sociali” (contenuti anche esterni alla piattaforma come pagine web, video, foto, news). Per far ciò Zuckerberg deve convincere le persone di avere il controllo delle proprie informazioni (vedi nuova iniziativa sulla privacy) e gli sviluppatori ad utilizzare appieno gli strumenti messi a loro disposizione (Operation Developer Love).
Tra questi vi sono i protocolli Open Graph: un insieme di meta tag che permettono di descrivere i contenuti di una pagina web e i pulsanti di condivisione e like.

nuovo funzionamento facebook like

Fino ad oggi questi pulsanti avevano una funzione chiara e distinta, dando luogo nel primo caso alla condivisione di un elemento esterno sul proprio wall (con foto e descrizione), nel secondo alla pubblicazione di una semplice frase di una riga (A Tizio piace la pagina/articolo X).

Da qualche giorno il pulsante like ha assunto una maggiore rilevanza, comportandosi di fatto come uno strumento di condivisione. Cliccando “like” su un oggetto esterno (post di blog/sito, foto, prodotti su siti e-commerce) o interno (pagine ufficiali Facebook) si otterrà la pubblicazione sulla propria bacheca dell’oggetto apprezzato (sottoforma di titolo, estratto, foto associata, scelta a caso quando non espressamente indicata dallo sviluppatore).

Una piccola modifica dal grande impatto che potrebbe infastidire gli utenti, che si ritrovano all’improvviso il wall tappezzato di notizie, ma far felici gli sviluppatori e le aziende, cui viene dato un mezzo potentissimo per rendere più contagiose le proprie iniziative.





Pagine aziendali Facebook: non un canale, ma un luogo di conversazione

11 03 2011

di vincos

Facebook ha avuto il merito di aver contribuito a rendere gli utenti e le aziende meno timorosi nei confronti della rete. Molti manager, spaventati in passato dallo strumento “corporate blog”, non ci hanno pensato due volte ad aprire una pagina corporate su Facebook. Spesso però la facilità di accesso è stata scambiata per facilità di gestione, nella totale incomprensione delle dinamiche sociali che la piattaforma consente. Le pagine di Facebook sono state erroneamente considerate come un nuovo canale e non come una piattaforma/spazio di comunicazione/conversazione.

In sostegno a queste affermazioni, che ormai ripeto da anniappena ne ho l’occasione, arriva uno studio di ExactTarget e CoTweet che evidenzia come oltre il 70% degli utenti ritiene di essere diventato più selettivo nel cliccare “mi piace” su pagine aziendali. Emerge che il 49% degli utenti non percepisce che quel click rappresenta un assenso a ricevere, nel proprio news feed, le comunicazioni di un certo brand.

Di conseguenza gli utenti, infastiditi dalle aziende che abusano della fiducia concessa, nel 43% dei casi decidono di rimuovere il like oppure semplicemente ignorano i post dell’azienda (19%) o ancora, nascondono i post in maniera tale da non visualizzarli nel quotidiano flusso di notizie (38%),

Tra i motivi che spingono a rimuovere il “like” svettano l’eccessiva frequenza di pubblicazione (44%) e la natura troppo commerciale degli stessi (43%). Leggendo lo studio si scopre che le motivazioni non sono dissimili per piattaforme come Twitter.

Forse gli utenti iniziano a pretendere dalle aziende un po’ meno marketing e po’ più di cura del cliente.





In arrivo Facebook Comments

9 03 2011
di Fabio Deotto

La guerra di conquista di Zuckerberg continua. Con il lancio del nuovo sistema, commentare sarà più facile, più social e meno anonimo. Ma tornano i rischi per la privacy

La marcia espansionista di Facebook continua. Dopo essersi guadagnato l’appellativo di piovra dal Wall Street Journal, per via del suo vizio di estendere social-tentacoli in ogni singolo anfratto della Rete, ora il social network di Mark Zuckerberg tenta di espugnare il campo dei commenti web. Echo, Disqus, CoComment e le altre comments platform farebbero bene a correre ai ripari perché dai ieri è entrato in fase di incubazione beta Facebook Comments.

Si tratta di un widget che chiunque può incorporare nel suo sito o nel suo blog, una sorta di comment box che riprende l’estetica e l’interfaccia di Facebook, e che puoi moderare a tuo piacimento. Per commentare è obbligatorio avere un profilo Facebook attivo. Niente più richieste di identificazione, nessun captcha a rovinarti la vista, se sei già loggato a Facebook puoi postare il tuo commento all’istante e, volendo, farlo anche comparire sulla tua bacheca Fb, in modo da stimolare i tuoi contatti a leggere l’articolo e a unirsi alla discussione.

Chi è un commentatore navigato, ora starà per obbiettare che esistono già siti che sfruttano la connessione a Facebook per i commenti. Vero, ma non è in questo che si esaurisce la novita di Facebook Comments. A differenza degli altri widget, infatti, quello di Facebook ti permette di articolare i commenti del tuo sito come una sorta di forum di cui tu sei il moderatore. Puoi decidere di segnare come spam alcuni commenti, buttare a mare i seccatori, e soprattutto, di ordinare i commenti a seconda di quanta discussione generano e da chi provengono. Inoltre, caratteristica unica di Fb Comments, il tuo account Fb e il sito dove il commento viene postato sono legati a doppio filo. Puoi decidere che il tuo commento a un articolo venga postato anche su Facebook, viceversa decidere di postare direttamente da Facebook un commento a un articolo presente in un altro sito.

Con questo arsenale di novità, Zuckerberg e soci puntano a estendere la loro egemonia anche alle comment box. Ma non saranno solo le trovate ingegnose a far la (probabile) fortuna di Comments. C’è anche il fatto che questo sistema sfrutta un linguaggio, quello di Facebook, che è ormai entrato nel dna di gran parte degli utenti web (ovviamente, nel widget è stato inserito il bottone Mi Piace).

Nel frattempo Facebook Connect continua il suo debutto in Rete. La semplicità minimale con cui si può commentare, rispondere e votare gli interventi altrui ha fatto sì che la nuova creatura di Zuckerberg venisse testata da una vasta platea di utenti. Le opinioni sono in buona parte entusiastiche.

C’è chi è felice di poter tracciare l’architettura in divenire dei propri commenti nel tempo e chi tira un sospiro di sollievo per non doversi più autenticare in continuazione. Ma quello che più ha entusiasmato gli utenti è il fatto che per commentare sarà obbligatorio utilizzare il proprio nome reale (o comunque un profilo Facebook esistente).

Facebook Connect viene così inteso anche come uno strumento per dare un sonoro taglio ai commenti anonimi, e per filtrare i troll che ammorbano ogni fazzoletto di Web dove siano aperti i commenti

Tra questi c’è anche Erick Schonfeld di Techcrunch, uno dei primi siti (insieme all’ Huffington Post) a testare fin da subito il nuovo sistema: “ In generale abbiamo meno commenti su tanti post odierni,” spiega Schonfeld, “ ma le conversazioni sono molto più civili e interessanti.”
Naturalmente, Facebook Connect non è scevro di difetti, e quindi nemmeno di detrattori. Nel tracciare un elenco di pro e contro, il magazine The Next Web si concentra sul fatto che in molte situazioni l’accesso a Facebook, e quindi ai commenti, rischia di essere  bloccato: “ Magari il tuo boss non ha problemi se tu leggi i nostri articoli in pausa pranzo, Facebook invece potrebbe benissimo essere vietato, nel tuo ufficio.” fa notare Brad McCarty: “ Questo significa se implementassimo il sistema qui, non potremmo avere il tuo feedback.
Ovvio, ci sono anche i commentatori delusi. Quelli che si lamentano della mancanza di un backup per salvare i propri commenti. Quelli che speravano che, come ventilato settimane fa, Facebook integrasse gli account Google e Twitter nel servizio. Quelli che arrivano a parlare del widget come “ la cosa peggiore che sarebbe mai potuta accadere.
E poi, dato che stiamo parlando di Facebook, non stupisce veder spuntare l’ennesimo rischio di violazione della privacy. La possibilità, a cui abbiamo accennato sopra, di postare commenti su un articolo senza dover lasciare la pagina di Facebook è un’arma a doppio taglio. Se da un lato velocizza il flusso di commenti in una discussione riguardante un articolo, dall’altro porterà alcuni dei tuoi contatti a pubblicare inconsapevolmente il proprio commento su siti diversi da Facebook. La differenza c’è, e pure grossa. Se su Facebook hai una certa possibilità di controllare chi legge i tuoi commenti (sproloqui compresi), su un sito pubblico il tuo commento è virtualmente accessibile a chiunque. 

Nonostante l’hype (e i 600 milioni di possibili utenti) il destino di Facebook Comments è ancora tutto da scrivere. I suoi rivali sono ancora in tempo a rimboccarsi le maniche. Disqus potrebbe sfruttare un know-how maturato in anni di sperimentazione, e sviluppare un widget che batta Fb in termini di comment management e di preservazione della cronologia dei commenti. Ma anche Chirrup ha le sue carte da giocare. Basandosi su Twitter, potrebbe proporsi come alternativa minimalista all’ipertrofia di Facebook. Personalmente, se avessi un sito molto trafficato, l’idea di limitare i commenti a 140 caratteri non mi dispiacerebbe affatto.