Interessante articolo Internazionale

20 02 2010

di Luca Sofri  www.wittgenstein.it

Internazionale ha pubblicato alcune settimane fa lo speciale di Edge di cui si era assai parlato in rete nelle settimane scorse, quello in cui molti commentatori ed esperti avevano detto la loro sul tema “Come internet sta cambiando il nostro modo di pensare”.  Approfitto della traduzione italiana per trarne una selezione di passaggi interessanti e “mind provoking”, di quelli che stasera a cena con i vostri amici potete parlare delle vacanze di natale, del Grande Fratello, o di internet. Naturalmente trascuro tutte le parti su “internet è una cosa meravigliosa, e un cambiamento prezioso per il mondo”, perché è una valutazione che do per condivisa tra le persone accorte.

Kevin Kelly, che fu il primo direttore di Wired, dice una cosa in cui mi riconosco molto su come internet cambia non solo il nostro modo di pensare ma anche le cose stesse che pensiamo.

Il web è la mia carta e penna, e sono diventato più bravo a raccogliere informazioni. Ma la mia conoscenza è più fragile. Per ogni informazione che trovo c’è qualcuno pronto a dire il contrario. Ogni dato ha il suo “antidato”. L’enorme ragnatela del web mette in rilievo sia i dati sia gli antidati. Alcuni sono stupidi, altri sono convincenti. Non possiamo lasciar decidere agli esperti, perché per ogni esperto c’è un antiesperto altrettanto bravo. Perciò tutto quello che imparo subisce l’erosione di questi antifattori. Non ho più certezze. Invece di affidarmi a un’autorità, sono costretto a crearmi le mie certezze, non solo sulle cose che mi interessano, ma su tutto quello che leggo, compresi i campi in cui non posso avere nessuna esperienza diretta. In generale, quindi, mi capita di presumere sempre più spesso che quello che so è sbagliato. Un atteggiamento ideale per uno scienziato. Ma questo signiica anche cheho più probabilità di cambiare idea per i motivi sbagliati. La capacità di accettare l’incertezza è uno dei cambiamenti che ho subìto.

Sono meno interessato alla Verità e più interessato alle verità.

La tendenza a lasciarmi convincere da acute e originali considerazioni a volte persino opposte è una cosa di cui anch’io mi accorgo di essere divenuto vittima. E ha a che fare con una diffidenza che si radica sempre di più in molti di noi nei confronti della ricerca di rapporti esatti di causa ed effetto tra presunti fattori e presunti risultati. Il che però consegna alle analisi e ai tentativi di comprensione delle cose una nuova bellezza autonoma, una ragione propria e indipendente da obiettivi definitivi.

Nassim Taleb, economista e altre cose (quello del Cigno Nero) vede invece negli stessi presupposti un effetto contrario a quello vissuto da Kelly (ma anche lui torna sull’ingannevolezza di certi casi, che è il suo cavallo di battaglia).

In passato pensavo che il problema dell’informazione fosse il fatto che trasforma l’homo sapiens in un idiota: lo rende troppo sicuro di sé, soprattutto in quei settori in cui l’informazione è avvolta da una gran quantità di rumore (come l’epidemiologia, la genetica, l’economia). Così ci convinciamo di sapere più cose di quante ne sappiamo realmente. In economia questo atteggiamento ci fa prendere dei rischi inutili. Quando ho cominciato a giocare in borsa, per cercare di vedere le cose con maggior chiarezza ho evitato di leggere troppe notizie. Spesso ci costruiamo delle teorie sulla base di notizie inutili, e ci lasciamo ingannare dalla casualità. E ora le cose stanno peggiorando.

Richard Dawkins, biologo ateista, en passant torna su una questione che sempre più persone di buona volontà stanno cercando di sottrarre agli abusi dei censori terroristi.

La tendenza alla maleduca­zione e all’aggressività è favorita dall’anonimato, di cui un giorno bisognerà discutere. Insulti e oscenità che non ci sogneremmo mai di firmare con il nostro nome escono allegramente dalla tastiera quando usiamo pseudonimi come Tinkywinky, Flubpoodleo Archweasel.

Clay Shirky, la cui passione per la saggezza delle folle e il sapere collettivo è molto contestata nel libro di Jaron Lanier, qui mostra che la sua visione è più moderata di quanto Lanier volesse sostenere. E che “regolamentare il web” non è un tabù, se ci capiamo su cosa significhi.

Considerato quello che abbiamo oggi, il web potrebbe diventare solo una briciola di materiale educativo in un oceano di narcisismo e di ossessioni sociali. Potremmo anche usarlo come ossatura di un vero cambiamento intellettuale e civile. Ma per farlo non basterà la tecnologia: dovremo adottare regole di condivisione aperta e di partecipazione, adatte a un mondo in cui l’editoria online è diventata il nuovo modo di leggere e scrivere.

Lo stesso Jaron Lanier , tornando sulla sua critica della presunta disumanizzazione del pensiero, dice una cosa che lui evidentente ritiene solida mentre a me sembra dimostrare la sua fragilità.

Ma pochissime delle persone che conosco condividono la mia opinione. Mantenere la propria dignità può anche signiicare opporre resistenza a quello che pensano quasi tutti i tuoi coetanei.

La pretesa autocompiaciuta che ci sia una dignità nell’essere minoranza in quanto tale, e che da questo da solo legittimerebbe un pensiero o un’opinione, è una vecchia disgrazia su cui Nanni Moretti ha pesanti responsabilità. È facile opporle l’ipotesi alternativa del trovarsi da soli contromano in autostrada, ed è altrettanto facile suggerirle che quando quasi tutti la pensano diversamente da te, questo è invece da solo un dato da tenere fortemente in considerazione, prima di concludere (può anche darsi) di essere l’unico ad aver capito tutto.

Infine Daniel Dennett (filosofo, c’è scritto) trova la citazione giusta per spiegare una grande questione psicosociologica di questi tempi, ovvero l’indisponibilità a imparare dagli altri e a convivere pubblicamente con le proprie mancanze, che internet tende in effetti ad esaltare (insieme a modelli televisivi e altro). La sappiamo tutti lunghissima.

Come disse lord Acton (ho appena controllato su internet se ricordavo bene la frase: la scrisse in una lettera al vescovo Mandell Creighton del 1887), “il potere corrompe, e il potere assoluto corrompe in modo assoluto”. Oggi abbiamo tutti un potere quasi assoluto in molti campi del sapere, ma non in tutti. E dato che questo cambia il rapporto tra quello che è facile e quello che è difficile, potrebbe corromperci tutti in un modo che non siamo in grado di prevedere.


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