“L’Ue mette a rischio l’e-commerce” In rivolta gli operatori del settore

19 04 2011

Una proposta di direttiva europea armonizza i diritti dei consumatori sulle compravendite di beni e impone nuovi obblighi ai commercianti online che, secondo le associazioni di categoria, si tradurrebbero in un aggravio dei costi per chi compra

di MONICA RUBINO

"L'Ue mette a rischio l'e-commerce"  In rivolta gli operatori del settore

ROMA – L’e-commerce rischia di subire una batosta che durerà per anni. Bruxelles, infatti, sta rivedendo la direttiva  “Consumers Rights”, una corposa normativa che regola nel dettaglio tutti gli aspetti dell’acquisto, delle informazioni e delle garanzie nelle transazioni commerciali tra venditori e acquirenti. La proposta di direttiva della Commissione europea prevede la cosiddetta “armonizzazione totale” tra le normative oggi vigenti negli stati nazionali. Ovvero un livellamento degli standard di protezione dei consumatori in tutti i 27 Paesi membri che obbligherebbe quelli con una legislazione meno avanzata ad adeguarsi al rialzo, avendo come riferimento da seguire principalmente la Germania.

Sono cinque le aree tematiche più delicate: diritto di restituzione di un prodotto, informazioni obbligatorie, consegna, garanzie legali e acquisti on-line. Il testo di legge, fatto di oltre 1500 emendamenti e 4 direttive da fondere insieme per un totale di 36 mesi di lavoro, è stato votato dalla commissione Mercato interno del Parlamento europeo che ha modificato la proposta di Commissione e Consiglio per venire incontro alle istanze di consumatori e associazioni. Il Parlamento e il Consiglio dovranno, ora, superare le loro diversità di vedute e arrivare così al voto conclusivo, in programma per maggio. Una volta che la nuova legge entrerà in vigore, essa riguarderà i contratti stipulati dopo i successivi 30 mesi.

Nell’ambito della proposta di direttiva, pochi giorni fa il Parlamento europeo ha approvato una serie di emendamenti che riguardano in particolare l’e-commerce. Misure che, secondo le associazioni del commercio elettronico – la francese Fevad (Fédération e-commerce et vente à distance), l’inglese Imrg (Interactive media in retail group) e l’italiana Netcomm (Consorzio del commercio elettronico italiano) – “rischiano non solo di minare alla base l’esistenza stessa del settore in Europa, ma anche di generare una pericolosa spirale inflazionistica sui prezzi dei prodotti venduti online”. Al punto da spingere tali associazioni a chiedere ai rispettivi governi di non sottoscrivere la proposta del Parlamento europeo. Una richiesta sottoscritta anche da leader europei del settore come Pixmania.com e Vente-Privee.com.

Ma quali sono i punti contesi dai venditori? Per cominciare l’articolo 22a, sulla “libertà di contratto”. Il testo recita che “nel caso di un contratto a distanza, il consumatore ha diritto di chiedere al professionista di consegnare il bene o di prestare il servizio in un altro Stato membro”. Un diritto che, di fatto, si traduce in un obbligo per i siti  di consegnare in tutta Europa. In tal modo una piccola realtà che decidesse di aprire un sito in Italia o in uno qualsiasi degli altri Paesi dell’Unione Europea, avrebbe l’obbligo fin dall’inizio di prevedere un sistema di pagamento con 7 valute differenti, un sistema di traduzione in 25 lingue e dei contratti di spedizione in 27 Paesi. In una recente indagine di Eurobarometer il 74% dei negozianti intervistati giudica che l’armonizzazione totale così proposta non migliorerebbe affatto la loro attività, anche perché solo il 9% degli acquisti fatti nel 2009 sono stati transfrontalieri.

Il secondo emendamento contestato è l’articolo 12 che estende la durata legale per il diritto di recesso – attualmente 10 giorni in Italia – fino a 28 giorni, un termine tre volte superiore rispetto a quello attualmente esistente. “Questa misura- afferma Netcomm –  potrebbe incoraggiare i consumatori a ordinare un numero maggiore di prodotti rispetto a quanti ne intendono comprare con effetti negativi non solo in termini di costi aggiuntivi per i venditori online, ma anche di forte aumento dell’impatto ambientale, generato dall’incremento del numero di viaggi di andata e ritorno dei corrieri per la consegna e il ritiro dei prodotti”.

Infine gli articoli 16 e 17 prevedono che il sito di e-commerce sia tenuto al rimborso del consumatore entro 14 giorni e non più entro i 30 prima consentiti. “Questo può generare l’assurda situazione – conclude l’associazione italiana del commercio elettronico – di dover rimborsare il bene prima di riceverlo indietro e quindi non avendo la possibilità di verificare che il prodotto sia integro, non utilizzato e uguale a quello spedito. Inoltre per gli ordini superiori a 40 euro, l’azienda è tenuta a rimborsare anche le spese di reso. Questo aggravio per i venditori provoca il rischio di un aumento dei prezzi su Internet”. Da un’analisi condotta dalle associazioni di categoria europee, se questa direttiva passasse, l’incremento dei costi di trasporto ammonterebbe a circa 10 miliardi di euro. “Oggi – spiega Roberto Liscia, presidente di Netcomm – i costi di trasporto dell’e-Commerce europeo valgono circa 5,7 miliardi di Euro. Con la nuova legislazione salirebbero a 15,6 miliardi. In Italia, dove ci sono 10 dei 150 milioni di consumatori europei online, la gravità sarebbe ancora più evidente se si pensa che solo da poco tempo si sta recuperando il terreno perduto”.

Secondo i consumatori, invece, l’allungamento dei tempi per esercitare il diritto di recesso è positivo proprio perché chi compra a distanza non può ponderare bene l’acquisto: “E’ importante anche sapere prima quali sono i paesi europei dove il sito su cui si sta comprando invia la merce – spiega Federico Vicari direttore del Centro europeo consumatori ECC Net – a chi non è capitato di sprecare tempo nella scelta e nell’acquisto di un prodotto per poi scoprire, proprio un attimo prima di completare il pagamento, di non essere nella lista dei paesi di spedizione? Anche restringere i tempi del rimborso da parte dei venditori è un vantaggio per l’acquirente – continua Vicari  – la riduzione a 14 giorni consente di arrivare nella prassi a 30 giorni effettivi. Lo abbiamo verificato direttamente in un’indagine sull’e-commerce condotta a livello europeo e basata su simulazioni di acquisto: i tempi di rimborso dichiarati non sono quasi mai rispettati”.

Secondo l’European Consumers’ Organisation (BEUC) sarebbe più appropriata una “armonizzazione mista”, un metodo che stabilisce degli standard europei minimi in materia di protezione dei consumatori ma che lasci gli stati membri liberi di migliorare la propria legislazione.


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