Privacy su Facebook

8 07 2010
Di RAFFAELLA MENICHINI

NEW YORK – Mark Zuckerberg dice che i teen ager di oggi non si curano della privacy? Bè, il padrone di Facebook nelle sue recenti dichiarazioni a Repubblica 1 ha voluto esagerare, o comunque manipolare a suo vantaggio la coscienza tecnologica di una generazione, un fenomeno pieno di sfumature che i social network come il suo stanno plasmando di giorno in giorno. “Non è affatto vero che i ragazzi di oggi non si curano della privacy, in realtà ne sono ossessionati  –  spiega il professore James Grimmelmann a un gruppo di giornalisti europei arrivati a New York proprio per discutere di privacy su internet  –  La differenza con le generazioni precedenti è che la loro privacy è più sociale e relazionale, magari meno preoccupata delle intrusioni del governo e più di quelle di genitori e insegnanti”. I ragazzi, spiega questo professore-ragazzino di Giurisprudenza presso la New York Law School, in realtà “fanno continue valutazioni di cosa nascondere e cosa rendere pubblico, soppesando i benefici dello sharing e i costi della perdita di privacy”. “Creano finti profili, finti nomi, finte età e tante piccole bugie per proteggersi da occhi indiscreti. Quando si torna da una festa, ormai la prima cosa da fare è andare a ‘untaggare’ – ovvero togliere le targhette identificative da tutte le foto pubblicate da chi era a quella festa. Ed è normale che ti arrivi un invito a un ‘no camera party’ o ‘no cellulare party: c’è consapevolezza assoluta dei rischi e ci si attrezza per evitarli”.

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E se in Europa sembriamo così ossessionati dalla regolamentazione dei social network, da Oltreoceano arriva ancora una volta una lezione di pragmatismo: il concetto di privacy si assottiglia nel momento in cui decidi di avere più di dieci amici sul social network. Quel che la legge può e deve fare è dare una “cornice” di regole che si approssimi il più possibile alle soluzioni tecniche disponibili in modo da coniugare la libera scelta dei singoli con una catapulta di informazioni potenzialmente inarrestabile come le community sul web.

Il problema non è solo Facebook. Molte delle incomprensioni tra Usa ed Europa, spiega Lisa Sotto, socio dello studio legale Hunton and Williams che fa consulenza sulla privacy per le maggiori multinazionali americane, derivano da una diversa concezione della privacy in sé: “diritto umano inalienabile” per gli europei  –  che hanno vissuto epoche buie di dittature che si intromettevano brutalmente nella loro vita privata  –  contro un atteggiamento forse più “laico” degli Usa: “Qui non temiamo l’uso dei dati come da voi, non esiste una legge onnicomprensiva di rispetto della privacy ma molte leggi settoriali che vengono applicate in modo efficace”. Del resto per decenni il diritto alla privacy è stato sintetizzato con la definizione del quarto emendamento data da un giudice della Corte Suprema negli anni ’20, Louis Brandeis: “E’ il diritto a essere lasciati in pace”. E molto si capisce se pensiamo che la casella sul “trattamento dei dati”  –  che noi troviamo in fondo a tutti i nostri contratti e transazioni come possibilità di “opt-in”, ovvero come un’autorizzazione attiva al trattamento dei dati, nei contratti americani è invece un “opt-out”: bisogna espressamente chiedere che i propri dati “non” siano trattati. Il problema, semplicemente, non si pone: “I consumatori americani non sono molto attenti al trattamento di loro dati nelle trattative, e non c’è mai stata pressione per avere norme di protezione della privacy”, spiega il professor Edward Janger, della Brooklyn Law School. Differente la questione sulla “sicurezza” dei dati, soprattutto nel sistema di credito: “Lì i rischi di perdita dei dati comportano rischi di perdite finanziarie significative” e l’interesse ha creto regole stringenti.

Alla fine, quello che davvero paga, è il “brand risk”: “Nessuna azienda se la sente di rischiare la propria reputazione di fronte ai consumatori per una diffusione non autorizzata di dati”, spiega Sotto.

Ma un problema privacy si sta affacciando, ed è particolarmente sentito dalla nuova amministrazione, spiega Susan Crawford, docente di Legge in Michigan e fino al 2009 assistente di Barack Obama per le politiche tecnologiche e dell’innovazione: “Le leggi settoriali sulla privacy e le competenze della Federal Trade Commission che persegue una linea molto aggressiva di applicazione delle leggi fanno sì che gli Usa garantiscano una protezione della privacy molto efficace”. La parola chiave è “velocità di reazione”: verranno premiate le aziende che più rapidamente si rendono conto di aver creato un “buco” di privacy e vi pongono rimedio. Questo è tanto più valido per le internet company, dove più spesso si verifica una “differenza tra quello che le persone vogliono condividere e quello che l’azienda fa dei dati”, spiega Crawford che però avverte: “Tutti devono comunque essere liberi di caricare e riprodurre liberamente quello che vogliono”. Con l’eccezione del materiale coperto da copyright, il primo emendamento  –  la libertà di espressione  –  governa anche il web. E su questo terreno la sintonia tra le due sponde dell’Atlantico sembra ancor meno scontata. Prendiamo la discussa sentenza del tribunale di Milano contro Google, reo di non aver ritirato  –  se non dopo una denuncia – il video degli atti di bullismo contro un bambino disabile. “In quel caso io mi sentirei di difendere Google  –  spiega Grimmelmann  –  Non è possibile sapere in tempo reale tutto quello che viene caricato”. La piattaforma, rincara Crawford, “non può essere legalmente responsabile per i contenuti”. E’ anche possibile però. prevede Grimmelmann, che “aziende tecnologicamente sofisticate come Facebook e Google possano mettere a punto piattaforme diverse, più o meno regolamentate, a seconda delle leggi dell’area dove operano”, mettendosi così al riparo dai rischi.

Ma allora dove disegnare il confine tra la protezione della privacy delle persone e il loro diritto all’espressione e allo “sharing”? E soprattutto, come renderlo legalmente costrittivo? Grimmelmann, forte del suo passato di programmatore per Microsoft, propone un modello modulare. Innanzi tutto, obbligare le piattaforme a regole più chiare: anche gli utenti che si ritengono più “avvertiti” non riusciranno mai a sapere fino in fondo come e quanto quel che mettono sul proprio profilo si diffonderà. Occorre però anche che le informazioni condivise vengano considerate nel contesto del social network: una campagna di donne per la lotta contro il cancro al seno si basava sulla pubblicazione del colore del proprio reggiseno. Questa informazione, se usata fuori dal contesto di Facebook ad esempio come semplice commento da parte di un datore di lavoro, sarebbe causa di molestia. L’informazione era “disegnata per il contesto sociale di Facebook: quel che è accettabile in un contesto diventa una violazione di privacy in un altro”. Dunque, più informazione e consapevolezza del contesto. Infine, una tecnologia che limiti i danni: “Facebook è socialmente pericolosa”, dice Grimmelmann. “Ma la gente ha bisogno di strumenti che a volte sono anche pericolosi”: così come nel caso di un qualsiasi strumento, sta all’azienda disegnarlo in modo che si evitino i pericoli inutili e pubblicare istruzioni dettagliate per il suo uso. Al consumatore, specialmente se giovane, si riserva un “percorso di formazione” pieno di possibili incidenti: “Tra trent’anni forse tutti i candidati alla Casa Bianca avranno un passato su Facebook pieno di cose imbarazzanti e compromettenti – conclude Grimmelmann – e allora speriamo che ci sia una moratoria, e che nessuno ritenga il passato sui social network poi così importante”.


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One response

22 07 2010
online rulett

Great idea, thanks for this post!

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