Da social network a business network

22 01 2010
tratto da tradecommunication.blogspot.com

Uno dei problemi maggiori dei network è quello di trovare la quadra del cerchio per rendere remunerativa la propria attività Si tratta di un problema che hanno molte aziende che, in un modo o nell’altro, hanno a che fare con la comunicazione. I social network, infatti, propongono un flusso “informativo” costante, in particolare e prevalentemente grazie a un ampio utilizzo di contenuti generati dagli stessi utenti (user generated content o UGC per chi ama gli acronimi). Il problema di queste realtà, tuttavia, è nel loro proporsi in maniera molto generalista (è il caso di facebook), con il risultato che l’investitore ha difficoltà a promuovere i propri prodotti. Non solo, è dimostrato che i messaggi pubblicitari non sono ben accetti quando vengono percepiti come un’intrusione nel proprio tempo libero e in definitiva sono veramente poche le persone che, chattando con qualcuno, cliccano su un banner. Diverso il caso di alcuni social network che si definiscono “professionali”. Non sono in possesso dei dati sui ricavi di linked-in (il cui valore è comunque elevato) ma ritengo che, anche questo social network abbia più di un problema a captare fondi pubblicitari. C’è però un fattore, in questo secondo modello che credo rappresenti un passo importante per riuscire a trovare un modello funzionale per i social network del futuro. In primo luogo, una fonte di reddito de sito è rappresentato dall’upgrade del proprio account. Nonostante il sito permetta infatti un utilizzo praticamente completo delle sue potenzialità, con costi tutto sommato contenuti, l’utente può avere accesso a maggiori funzioni. Si tratta di un modello noto da tempo: dai giornali, che lasciano alcune notizie free mentre altre sono a pagamento, a tutti i vari siti di servizi e software gratuito che propongono dei demo con funzioni limitate. Ma se questo modello non è nulla di che, il fatto che un social network sia verticale su alcune tematiche rappresenta di sicuro un miglior argomento di vendita per la pubblicità. In questo caso, chi ha veramente appreso la lezione è MySpace, nonstante in questo momento di crisi questo “canale” abbia iniziato una importantecura dimagrante, infatti, il sito della News Corp di Rupert Murdoch ha affrontato un importante cambiamento: invece di continuare a inseguire il numero di contatti di Facebook si è orientato maggiormente alla specializzazione nel settore musicale, riuscendo a trainare un buon numero di inserzionisti nell’affare. Se quindi la specializzazione è l’argomento forte che gli investitori cercano sul web, la strada è quella di creare dei siti specializzati, sul modello di 2spaghi per le attività commerciali o de Gli Affidabili per quanto concerne i servizi.

Stiamo però sempre parlando di “social network”, ossia delle reti di persone che condividono delle esigenze “sociali”: dal ristorante alla ricerca dell’idraulico.

La vera inversione di tendenza, invece, potrebbe essere rappresentata da dei “business network”, ossia delle reti professionali che, oltre ai contenuti generati dagli utenti possa offrire servizi a chi fa impresa o alle figure professionali interne alla filiera. La notoria difficoltà dell’impresa italiana a fare lobbinginsomma, potrebbe essere superata attraverso un modello di networking professionale. I vantaggi sarebbero notevoli per tutti gli attori della filiera: dalle figure professionali, che potrebbero avere fondamentali informazioni direttamente dalle aziende, fino a queste ultime, che potrebbero garantirsi un contatto diretto con i “propri” clienti finali bypassando il balzello distributivo e quindi recependo un feed back diretto dagli utilizzatori.

Un buon esempio di Business Network lo ha realizzato un’azienda che opera nel campo della diagnosi delle autovettore, l’italianissima Texa, che grazie a una collaborazione con google ha realizzato (prima nel mondo) un ottimo strumento di condivisione della conoscenza tra operatori professionali che invito ad approfondire per chiunque di occupi di informazione.

I limiti dell’iniziativa sono nella scarsa condivisibilità delle informazioni: l’accesso a questa banca dati di soluzioni, infatti, avviene attraverso uno strumento, ovviamente dell’azienda stessa, un po’ come sta provando a fare Amazon con il suo Kindle (in questo caso possiamo finalmente dire che noi italiani siamo arrivati prima).

A questo punto mi sorge però una domanda: perché l’editoria ha lasciato il campo a tutte queste attività a quelli che potrebbero essere i propri inserzionisti? Perché non sono gli stessi editori a lanciare dei progetti di business network?

Una delle risposte me la diede un importante amministratore delegato di una delle più importanti case editrici b2b italiane, che sosteneva che il ruolo dell’editore è quello di pubblicare articoli e fare informazione. Su questo tema però non mi sento in accordo con lui, perché una casa editrice non può creare dei contenuti attraverso i propri lettori? e inoltre, chi vieta di proporre anche dei contenuti editoriali all’interno di un social network?

Come accennato la casa editrice per la quale lavoro sta oggi provando a creare un modello (che spero vedrà la luce nel 2010) che possa riassumere tutte queste caratteristiche, ma oggi mi chiedo e chiedo a chi legge quali sono i punti deboli dell’analisi e quali possono essere i correttivi da mettere in campo.


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