La deriva dell’informazione online e l’evoluzione del web 2.0

18 01 2010
Appiattimento sistematico dei contenuti online a danno di chi ha davvero bisogno della rete per cercare informazioni interessanti. La causa? i motori di ricerca, Wikipedia e i social-networks.

Andreas Voigt

So di essere volutamente provocatorio, considerando anche il mestiere che faccio, ma la questione è piuttosto preoccupante e c’è molto da riflettere.
Leggendo le parole di uno dei maggiori guru del web, Lanier, firma importante della rivista Wired, mi sembra quasi di rivedermi nelle sue riflessioni. Che ci sia una deriva del web 2.0 è un dato di fatto ineluttabile. La democratizzazione della comunicazione e la autoreferenzialità dei contenuti porta purtroppo in modo piuttosto automatico, ad uno svilimento del livello culturale dei contenuti stessi con l’annullamento del senso di critica, l’appiattimento della discussione e dello scambio di opinioni.

Io stesso sono un “membro” attivo su Facebook e spesso mi sono lamentato della qualità del contenuto che “gira” sulla piattaforma, adeguandomi al livello medio senza nemmeno accorgermene. Ma da tempo lamento un appiattimento culturale pericoloso. Troviamo magari riflessioni interessanti e molto profonde di qualche personaggio e poi veniamo inondati di tweets o di piccoli messaggi copiati e incollati, presi ad uso e consumo per massificare una comunicazione che  diventa totalmente priva di significato. Trovo spesso su Facebook la condivisione di contenuti di altri, presi e incollati lì, senza né capo né coda, senza nessun senso critico, nessuna riflessione e peggio ancora, prendendo il contenuto da un contesto, sbattuto in un altro senza nemmeno sapere e capire cosa in realtà si sta facendo.

Guardiamo Wikipedia ad esempio. La grande enciclopedia online dove ognuno può partecipare alla diffusione di contenuto pubblicando o meglio partecipando attivamente alla costruzione del “grande sapere umano”. Io ogni tanto prendo spunto da Wikipedia, ma se devo essere sincero, quello che trovo non è sempre eccezionale, anzi, molte volte trovo il contenuto piuttosto discutibile. E perché non guardiamo anche le testate online? Troviamo cosa? I video più seguiti sono cose che definirle Trash, è il minimo, tra ragazzine con i codini che ballano in minigonna e l’ombelico di fuori oppure, quello che riesce ad emettere il rutto più lungo, per non parlare dell’imbecille che sollevando 150 kg da terra sviene con mezzo infarto. La fiera del trash è lì che ti aspetta, ammiccando e invogliandoti a partecipare al grande gioco delle puttanate online!

Come dice Lanier, la dignità intellettuale del web è finita nel frullatore della libera espressione. E così la creatività, la cultura, la forza dell’intelletto e della ragione, vengono sommersi da miliardi di tonnellate virtuali di aria fritta.
Se poi analizziamo le politiche commerciali dei motori di ricerca, scopriamo che BING “pesca” anche nei social networks e pure Google si appresta a farlo, pubblicando il suo nuovo mega-metamotore nella versione “caffeine”. Quindi tra le centinaia o migliaia di pagine di risultati presentati con il lancio tramite una query di ricerca, ti trovi, se hai fortuna, il contenuto interessante schiacciato tra un video idiota di una Gerlinde Grande Gnocca che ti balla la “lambada” al ritmo di “Mimì Ragazza della Pallavolo” e un blog di incazzati della domenica o ultras che fanno baccano solo per dar forza alle loro idee assai esclusive.

Credo che la vera evoluzione del web 2.0, passata la sbornia della libertà di cazzeggiare, sia davvero la qualità dei contenuti. Si dovrà reimparare a comunicare, a scrivere e a parlare. Comunicare non solo a simboli e a grugniti o con abbreviazioni tipiche di un T9 smandrappato da cellulare, ma contenuto frutto dell’intelletto “normale” di colui che riflette almeno un poco sulle cose che dice.
Ecco perchè penso che il vero motore del web 2.0 sia il blog. Ecco perché penso che i social networks siano solo una fantastica occasione di liberarsi dei propri panni e sbatacchiarsi in piscina per passare un’oretta a divertirsi senza pensieri. Se sono davvero interessato a conoscere la realtà degli abitanti di Val di Susa e del problema della linea ferroviaria Torino-Lione, non vado certo a leggere i post che mi arrivano su Facebook (o almeno solo di alcuni che conosco e che sanno davvero cosa stanno dicendo). Tanto so che verrei coinvolto in una discussione a senso unico che alla fine si tramuta nella classica rissa online tra scimmie cieche e sordomute. Ed è sintomatico il fatto che ogni qual volta io posto su Facebook qualcosa di intelligente, per stimolare un dialogo o una discussione costruttiva, vengo puntualmente disatteso, mentre quando pubblico la mia cazzata del momento, ecco che fioccano commenti e risposte, in linea con il livello del mio contenuto.

Penso e spero che sia un momento e che come tutti i sistemi, dopo un momento di sbornia collettiva, si arrivi ad un autobilanciamento. Divertirsi è bello, ma la vera creatività è un’altra cosa.

Cito Lanier:
La rete è e resterà il nostro futuro. I nostri figli ragioneranno sulla rete. L’informazione dell’opinione pubblica critica passerà sempre più dalla carta alla rete. Dunque non dobbiamo – come ci ammonisce Jaron Lanier – permettere ai teppisti di inquinarla con le loro farneticazioni e garantirne l’informazione, la cultura e l’eccellenza contro l’omogeneizzazione e il qualunquismo.
Google come aggregatore industriale di sapere, Wikipedia come aggregatore volontario di sapere, un’azienda strepitosa e un gruppo sterminato di volontari, non possono continuare a mischiare diamanti e cocci di bottiglia. Chi segue il dibattito su Wikipedia – vedi il Financial Times del 2 gennaio con l’inchiesta di Richard Waters – sa quanto questo riequilibrio sia importante: «È ormai duro controllare la qualità su Wikipedia, e interessi occulti possono fare correzioni con facilità, secondo il loro punto di vista. Andrew Lih dell’University of Southern California ci mette in guardia nel suo saggio «The Wikipedia Revolution»: «Il mio terrore è che poco a poco la verità goccioli tutta via, senza che nessuno se ne accorga».

È così, in nome di un egualitarismo che puzza di ideologia, e mettendo sullo stesso piano esperti e dilettanti, osservatori equanimi e faziosi ululanti, Wikipedia rischia di passare da invenzione geniale a piazza scalmanata (e chiunque abbia visto l’articolo a suo nome dell’enciclopedia online cambiato e ricambiato da fans e ultras sa di che parlo).

Il compito non è immane, ma è urgente. Riportare sulla rete quei canoni di serenità, autorevolezza, vivacità, impegno, buona volontà, dibattito, critica che sono da sempre trade mark della libertà, dell’onestà, della ragione. Senza perderne la ricchezza, la spontaneità, l’uguaglianza.

Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2010/01/web-il_futuro_della_rete_2.shtml


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One response

19 01 2010
Gianluca

..purtroppo concordo…

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