Il futuro dopo le e-mail

30 11 2009

I social network sembrano avere il sopravvento. Un rapporto Nielsen rivela che da agosto ci sono più frequentatori di Facebook & C. che degli account con la chiocciola di RICCARDO STAGLIANO’ (tratto da repubblica.it)

La dichiarazione di morte presunta, tecnologicamente parlando, è un amuleto. Nel ’95, in un libro drammaticamente intitolato “La vita dopo la televisione”, il futurologo George Gilder ne parlava già all’imperfetto, insistendo sulla puzza di cadavere che emanava dal piccolo schermo. Si era anche pronosticato che la digitalizzazione avrebbe tolto la carta dagli uffici. E la posta elettronica reso superflue le telefonate. In tutti questi casi il condannato non è mai stato tanto in salute come dopo l’emanazione della fatwa. Sulla ruota dell’endism, che resta invece un fortunato filone editoriale, esce oggi l’email. “E’ la fine della sua era” titola, senza cautele condizionali, il Wall Street Journal. Che indica i carnefici nei social networks, da Facebook a Twitter. Per non dire dell’imminente sbarco di quel mezzosangue telematico che ha per nome Google Wave, che assommerà in sé messaggistica e condivisione, il meglio dei due mondi. La profezia è di quelle che fanno rumore ma a quanto ammonta il suo grado di verosimiglianza?L’imponente inchiesta si basa essenzialmente su una prova. Un recente rapporto Nielsen che, fotografando gli utenti internet tra Stati Uniti, vari stati europei, Australia e Brasile, segnala il sorpasso.In agosto a usare la posta elettronica erano in 276,9 milioni contro i 301,5 di frequentatori di social network. Se i numeri assoluti non bastassero, i primi erano cresciuti del 21% rispetto all’anno prima mentre i secondi del 31.

 

Facendo leva su quest’evidenza fattuale l’articolo dà voce a tutta una serie di considerazioni di esperti sul passaggio dalla comunicazione uno-a-uno della posta al “flusso” che invece caratterizza Facebook. Lì “A” non scrive a “B” ma “B” viene a sapere di “A” comunque perché gli aggiornamenti esistenziali di quest’ultimo appaiono sulla sua pagina, quando si connette. Idem con Twitter, il servizio di microblogging da 140 caratteri: se diventi follower di qualcuno ogni volta che ti colleghi il sistema ti aggiornerà su ciò che lui ha voluto far sapere al mondo.

E’ un’evoluzione del passaggio dalla modalità push (la tv che spinge i contenuti verso lo spettatore) a quella pull (il web, dove sono io a tirare le fila delle informazioni). Se vuoi sapere qualcosa sul mio conto non c’è bisogno che te lo scriva (push) ma basta che tu mi venga a trovare online (pull) sulla mia pagina Facebook, MySpace, Twitter, Flickr, per non dire dei blog. Il sempre più diffuso presenzialismo online inverte l’onere della prova della comunicazione. Una quantità di informazioni di base sul tuo conto le posso conoscere senza chiedertele: basta controllare le nuove foto che hai caricato per sapere dove sei stato nei giorni scorsi, leggere gli status update per capire il tuo umore corrente, scartabellare tra la musica e i video che pòsti per intuire i tuoi gusti. Per il resto, per le informazioni più sensibili – come se queste non lo fossero già abbastanza – ti domanderò direttamente.

Tutto questo è già vero oggi, quando il lancio di Google Wave è ancora in modalità beta, con gli utilizzatori ammessi solo su invito. L’ultima creatura della casa di Mountain View parte dal presupposto, esplicitato dai due sviluppatori australiani, che “la comunicazione elettronica è ferma al secolo scorso”. Per svecchiarla radicalmente hanno quindi creato un ibrido che in una sola finestra contiene email, chat e possibilità di condividere audio e video, oltre che lavorare simultaneamente a progetti comuni.

“Flusso di conversazione collettiva”, l’hanno chiamato. Sarà quest’Onda a travolgere la posta elettronica? Howard Rheingold, inventore del termine “comunità virtuali”, è troppo navigato per lanciarsi in previsioni. Si limita a constatare che “è piuttosto seccante oggi assistere alla frammentazione dei canali” con cui si comunica. E in questo Wave potrebbe semplificare. Ma la verità è che “mentre vent’anni fa le comunità si creavano intorno a un tema (gli appassionati di moto, di fantascienza, e quant’altro), oggi si creano intorno a una persona che ne diventa il centro di gravità su Facebook e gli altri social network”. Che difficilmente saranno sussunti sotto l’ombrello della pur promettente applicazione.

Resta intonso l’interrogativo iniziale: l’email ha i giorni contati? Facendo una rassegna più ampia, gli studi di settore divergono. Pochi mesi fa un rilevamento Emarketer aveva fatto notizia certificando che un quarto degli americani ormai controlla la posta prima ancora di fare colazione. Il che dice assai sulla vitalità del mezzo. E uno studio Telus ha analizzato le modalità con cui restano in contatto amici e familiari in Canada. “Nonostante i titoli sovreccitati di certa stampa, quelli che lo fanno via Twitter variano dall’1 al 3%. Con i migliori amici (13%) e le conoscenze (27%) si comunica via email mentre Facebook avanza, rispettivamente al 5 e 25%” commenta il sociologo Barry Wellman, dell’università di Toronto.

Infine un rapporto ExactTarget dimostra come non si tratti quasi mai di sostituzione di un canale con l’altro, quanto di mutuo rinforzo. Almeno tra gli studenti di college americani l’aumento dell’uso di sms e di email ha potenziato, non ridotto, quello di social networks. Nessun gioco a somma zero, insomma, dove la fortuna di uno decreta la rovina dell’altro.

Clay Shirky, docente di nuovi media alla New York University e autore di “Uno per uno, tutti per tutti”, ne è convinto. “C’è sempre la tentazione, quando appare una nuova forma di comunicazione, di annunciare che rimpiazzerà subito tutte le altre. Ma i media, più che venire sostituiti, si eclissano. In decenni, forse. L’email è un sistema aperto e ormai lo spam è cresciuto così tanto da rendere quasi preferibili i filtri sociali che salvaguardano invece i social network”. Pensate a una festa a inviti contro un capodanno a Times Square. Se ti ho fatto entrare io, ti comporterai bene, per non fare figuracce con me e gli altri di cui sei “amico”.

Nicholas Negroponte, il decano della rivoluzione digitale (“la posta elettronica non è morta e Twitter potrebbe avere vita breve”), ci propone una tassonomia in cui ogni mezzo ha la sua ragion d’essere. “L’email è un messaggio più lungo, personale, asincrono che include deliberazione e rilettura. Un tweet è troppo spesso un ruttino intellettuale: breve, pubblico e in tempo reale. Facebook è agnostico, può essere usato in tante modalità diverse”.

C’è spazio per tutti, tranne che per le generalizzazioni. Ricorda il Wall Street Journal che l’email è nata in un’epoca in cui ci si connetteva via modem, poche volte al giorno, e si scaricavano molti messaggi in un colpo solo. Adesso che si è sempre connessi ci sono metodi più immediati e divertenti.

Gli risponde un editorialista di TechCruch, punto di riferimento degli smanettoni: “Il fatto di essere sempre collegati non significa che vogliamo una comunicazione always on. Ma, per scomodare concetti psicanalitici, un mix passivo-aggressivo. Dove la messaggeria è aggressiva, l’email è passiva (decidi tu quando rispondere), Twitter molto passiva perché non c’è neppure bisogno di rispondere e Facebook un misto delle due”. Come Gmail che consente ai suoi milioni di utenti di passare, senza soluzione di continuità, dalla posta alla chat alla videochat all’interno della stessa schermata, a seconda dell’urgenza. Epperò, ci fa notare Sherry Turkle, sociologa al Mit, è vero che “ci spostiamo verso una vita cyborg, con tecnologie portate addosso e sempre accese, così da assumere che un messaggio raggiungerà all’istante il destinatario. E in quest’accelerazione l’email sarà riservata ai rapporti di lavoro dove formalità e dettagli sono più importanti”.

Registri diversi, canoni stilistici alternativi. Lo pensa anche Ray Tomlinson, l’ingegnere che nel 1972 “inventò” l’email. “Le forme di messaggistica istantanea che conosco sembrano distruggere ogni concentrazione. La gente crede di essere più produttiva saltando avanti e indietro da un messaggio all’altro ma temo che non sia affatto così. Non ho ancora provato Wave: sembra promettente per collaborare in tempo reale, ma questa è una percentuale minima del totale delle comunicazioni”.
A lungo si è detto che l’email era la killer application, il motivo principale che convinceva la gente a usare internet. Ora c’è chi azzarda che sia diventata la killed application, con i social network all’ultima moda nelle vesti di incongrui esecutori testamentari. Se le tecno-profezie passate non sono passate invano sembra di poter rassicurare tutti: per la vecchia cara il paradiso può attendere.


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